Il Siciliano Lorenzo Panepinto: “un maestro di libertà”

Lorenzo Panepinto

Lorenzo Panepinto: “un maestro di libertà”

Fu una sentenza definita “scandalosa” quella del 7 aprile 1914. Nell’aula del Tribunale di Catania si era riunita la Corte d’Assise per l’omicidio di Lorenzo Panepinto. Dopo un dibattimento durato appena undici giorni venne pronunciata la clamorosa sentenza: “Avendo i giurati dato risposta negativa alle domande se l’imputato abbia ucciso Lorenzo Panepinto ed abbia tentato di uccidere Antonio Picone e  Ignazio Reina”, dichiarò il presidente Sgroi, “l’imputato Giuseppe Anzalone deve essere dichiarato assolto per non aver commesso i fatti a lui attribuiti e pertanto si ordina la di lui scarcerazione”.

La sentenza provocò malumore tra i numerosi contadini di Santo Stefano Quisquina, che si erano riuniti per seguire i fatti processuali sull’omicidio del loro caro compagno, uno dei più amati dirigenti socialisti del movimento contadino dell’isola.

Dell’omicidio era stato accusato Giuseppe Anzalone, campiere dell’ex feudo Melia. I carabinieri avevano individuato e denunciato i mandanti e il 2 giugno 1911 il Prefetto di Agrigento aveva scritto al Ministero degli Interni comunicando i nomi dei tre Ferlita: Domenico, Giuseppe e Rosario e degli Scolaro, Ignazio e Giovan Battista, uomini potenti, gabellotti degli ex feudi di Quisquina.

Tre anni dopo venne istruito il processo con un solo imputato, Giuseppe Anzalone. Tutti gli altri furono prosciolti in sede istruttoria. Il delitto del maestro rimase senza colpevoli.

Lorenzo Panepinto era nato il 4 gennaio del 1863 a Santo Stefano di Quisquina. Brillante negli studi fin da fanciullo, aveva ottenuto la licenza ginnasiale e prese l’abilitazione all’insegnamento nelle scuole elementari.

Lorenzo Panepinto

Nel 1895 entrò nel consiglio comunale del suo paese ma nel 1890 e tornò all’insegnamento alla scuola elementare e alla pittura sua giovanile passione.  Un anno dopo si sposò e si trasferì a Napoli per motivi di lavoro, ma nel 1893 ritornò in Sicilia, quando l’Isola era scossa dalla rivolta dei Fasci Siciliani dei Lavoratori il grande movimento di rivendicazione salariale e sindacale dei contadini e dei minatori che grande successo ebbe tra l’altro anche nella provincia di Girgenti, fondando il Fascio dei Lavoratori di Santo Stefano Quisquina.

Panepinto si impose presto come leader riconosciuto ed amato nel suo paese e nel circondario della sezione del fascio dei lavoratori. Egli era vicino all’area della democrazia radicale, ma presto divenne socialista militante. Cominciò a parlare apertamente al popolo del diritto che ognuno aveva al lavoro, al pane, alla riduzione delle ore di lavoro, all’abolizione di balzelli. Parlava in maniera semplice, da bravo maestro.

Alla prima manifestazione pubblica che organizzò parteciparono circa 500 lavoratori. Le successive ebbero un successo sempre crescente e non vi furono mai disordini. Ma quando cominciò ad organizzare i primi scioperi per chiedere la revisione dei patti agrari, i gabelloti andavano spesso dal sindaco e dal prefetto a chiedere provvedimenti contro l’agitatore di Santo Stefano di Quisquina. Istituì anche un’associazione che rimediava economicamente agli eventuali disagi causati dagli scioperi. Presto ebbe lusinghieri riconoscimenti a livello regionale nazionale e partecipò come membro della federazione regionale socialista ai più importanti congressi nazionali del suo partito.

Ma con lo stato d’assedio voluto dal capo del governo Francesco Crispi, nel gennaio del 1894 i fasci in tutta la Sicilia vennero sciolti e anche Panepinto venne ufficialmente invitato dalle autorità “a chiudere la sede del fascio e a non tenere riunioni affollate”.

Nei primi anni dopo l’esperienza dei fasci siciliani, il suo impegno politico continuò attraverso “la lega di  miglioramento fra i contadini” (1901), che gestiva scuole serali,  ma si manifestò soprattutto attraverso l’attività culturale e il giornalismo in particolare.

Lorenzo Panepinto

Diresse nel 1903 il foglio “La Plebe”, un quindicinale di ispirazione socialista che polemizzava con la locale amministrazione.  Fallito un tentativo di farsi eleggere deputato,  per le crescenti difficoltà in cui si trovò nel suo stesso paese, la famiglia di Lorenzo Panepinto decise di trasferirsi nel  1907 nella città di Tampa, in Florida, negli Stati Uniti. Nel nuovo continente oltre a lavorare si dedicò alla stesura di alcune opere di carattere sociale e pedagogico. Il soggiorno in America ebbe breve durata. Tornato a Santo Stefano  nel 1908 riprese l’attività di maestro di scuola elementare, ma nello stesso tempo prese anche attivamente parte alla campagna elettorale per le politiche di quell’anno nel collegio di Bivona. Con la Lega prese in affitto il  feudo Mailla Soprana, si trattava della prima “affittanza collettiva”.

Le affittanze eliminavano la mediazione parassitaria del gabelloto e realizzavano la conduzione diretta di ex feudi, introducendo concimi chimici, macchine agricole e più avanzati sistemi di rotazione colturale. Il fatto suscitò malcontento tra i potenti gabelloti e gli agrari mafiosi. Panepinto si spinse oltre, sollecitando la direzione del Banco di Sicilia ad istituire una banca agraria in grado di concedere gli anticipi ai contadini che avrebbero potuto così organizzarsi in proprio. Tutte queste iniziative gli valsero parecchie minacce da parte della mafia. Gli anni che seguirono furono tutti segnati dall’impegno per sviluppare le azioni di lotta della sua Lega, delle sue cooperative, anche perché in quegli anni la crescita del movimento contadino si collegava con lo sviluppo delle cooperative e delle affittanze collettive. Nel 1909 Panepinto partecipò al congresso agricolo socialista di palazzo Adriano e venne acclamato presidente di quell’assise. La sera del 16 maggio 1911, in cui venne assassinato con due colpi di fucile al petto proprio davanti all’ingresso di casa,  aveva da poco  concluso un incontro nella sede della Lega dove si stava preparando la fase costituente della Cassa agraria di Santo Stefano che funzionasse come intermediario del Banco di Sicilia  per poter soccorrere con i piccoli anticipi i contadini. Una delle ipotesi dell’omicidio verteva proprio intorno alla costituzione di tale iniziativa bancaria. Le indagini giudiziarie furono piuttosto tardive. Il tragico destino di Panepinto anticipa quello di due suoi amici dirigenti: Bernardo Verro, il primo sindaco socialista di Corleone, e Nicola Alongi, leader del movimento contadino di Prizzi.

Venne accusato del delitto poco più di un mese dopo il campiere Giuseppe Anzalone perché una donna lo aveva visto sul luogo del delitto con addosso una lupara. Una testimone, probabilmente la prostituta del paese andò ad affrontare l’assassino per scoprirgli la faccia e vedere chi fosse. Essa sparì successivamente, sicuramente sequestrata e eliminata;  nessuno ne seppe più niente e la sua testimonianza ebbe a mancare al processo. Un capitano dei carabinieri si appellerà a “ragioni d’ufficio” per non testimoniare; un commissario si appellerà – per il medesimo scopo – a “motivi di famiglia”. Forse non è stata del tutto ininfluente, sul destino dell’imputato, la condizione di “figlioccio” del ministro Camillo Finocchiaro Aprile… In assenza di verità giudiziaria, ci si deve accontentare della verità storica: secondo lo stesso Bernardino Verro, i mandanti vanno individuati nella “sollevazione della mafia gabellota e clericale contro gli organizzatori delle affittanze collettive”. Ed è un fatto di per sé eloquente che Panepinto non potè intervenire al congresso su “Delinquenza e analfabetismo” (programmato per qualche giorno dopo il suo omicidio ad Agrigento) e che il ministro di Grazia e giustizia Finocchiaro Aprile, nell’inaugurare il congresso, non abbia degnato di un accenno, il recentissimo delitto di un importante dirigente politico siciliano che aveva dedicato e la vita proprio alla lotta contro delinquenza e analfabetismo.

Sul suo periodico “La Plebe”, Panepinto denunciava i “malfattori in guanti gialli”, ministri o deputati “protettori protetti” delle “cosche”, le quali “coltivano la maffia, poiché si servono preferibilmente di essa per raggiungere scopi vergognosi, e per sopprimere qualche persona che riesce loro d’impaccio”: formule che, al di là dell’impatto emotivo immediato, restano di una lucidità analitica purtroppo attualissima. Come sciaguratamente attuale rimane il monito dell’onorevole Alessandro Tasca di Cutò, davanti alla bara del martire avvolta in una bandiera rossa, rivolto ai funzionari governativi: “È tempo di decidersi: o con la maffia padronale o con l’evoluzione economica e civile dei lavoratori siciliani”.

Lo scandaloso processo che seguì il delitto lasciò dunque impuniti gli assassini. Ma in quel dibattimento accadde una cosa molto strana: qualche ora prima la parte civile, composta anche dalla moglie e dal figlio di Panepinto, si era ritirata inaspettatamente dal processo. La decisione suscitò sgomento. Forse a loro volta erano stati minacciati?

Cosa ci resta di questa triste vicenda… Resta la tragedia consumata a Santo Stefano di Quisquina… Il silenzio di quella placida sera del 16 maggio 1911 improvvisamente rotto dall’esplosione di due fucilate. Il maestro elementare del paese, Lorenzo Panepinto, di 46 anni, che cade davanti la chiesa madre e a poca distanza da lui restarono feriti due suoi amici con i quali stava serenamente conversando e passeggiando, dopo essere stato alla sede della Lega dei contadini che dirigeva. Due colpi erano bastati per fermare il cuore del più importante difensore dei diritti dei lavoratori di quel povero paese. Il giorno dopo, quando velocemente la notizia si diffuse, i negozi, le botteghe i circoli rimasero chiusi in segno di lutto.

Lorenzo Panepinto – Commemorazione sulla soglia della casa natale

Si radunarono ben 4000 cittadini nella piazza dove era morto reclamando giustizia e che si facesse subito luce su quel delitto efferato. Venne inviata a Santo Stefano la fanteria perché si temevano disordini. Il corpo di Panepinto venne portato nella sede della Lega e avvolto con una bandiera rossa.

Lorenzo Panepinto

Aveva così cessato di parlare per sempre il protagonista di tante battaglie, una speranza e simbolo vivente di lotta per la giustizia per migliaia di poveri lavoratori del Sud. Quel brutale assassinio   apparve infatti immediatamente chiaro per quello che intendeva rappresentare: non un caso anonimo di vendetta individuale ma un lucido disegno di azzerare le trasformazioni messe in atto dall’impegno di Panepinto. Si intendeva con quei colpi di lupara  distruggere la rete di cooperative e di istituzioni periferiche su cui si andava costruendo la piattaforma riformatrice del socialismo isolano così come l’aveva concepita Lorenzo Panepinto.

…dagli scritti di Lorenzo Panepinto 

http://www.comune.santostefanoquisquina.ag.it/wp-content/uploads/2014/05/ai_maestri.pdf

http://www.comune.santostefanoquisquina.ag.it/wp-content/uploads/2014/05/civili1.pdf

http://www.comune.santostefanoquisquina.ag.it/wp-content/uploads/2014/05/civili2.pdf

http://www.comune.santostefanoquisquina.ag.it/wp-content/uploads/2014/05/conferenza_Ybor_City.pdf

http://www.comune.santostefanoquisquina.ag.it/wp-content/uploads/2014/05/emigrazione_criminalita.pdf

http://www.comune.santostefanoquisquina.ag.it/wp-content/uploads/2014/05/politica_societa.pdf

http://www.comune.santostefanoquisquina.ag.it/wp-content/uploads/2014/05/radici_cristiane_socialismo.pdf

http://www.comune.santostefanoquisquina.ag.it/wp-content/uploads/2014/05/Sonnino.pdf

http://www.comune.santostefanoquisquina.ag.it/wp-content/uploads/2014/05/statuto_cassa_agraria.pdf

http://www.comune.santostefanoquisquina.ag.it/wp-content/uploads/2014/05/statuto_fascio.pdf

Lu sidici di maju a prima sira,

lu tempu scuru e luna nun cci nn’era.

L’empij scillirati e traditura,

nun vosiru addumari li lampera.

A lu paisi quantu luttu c’era

quannu arrivau la figlia criatura.

Patruzzu miu, comu fazzu ora

ca piccilidda cci arristavu sula.

E don Lorenzu va a la sipultura

accumpagnatu di tutta la Lega.

Accumpagnatu di tutta la lega

ognunu la so’ lingua studiava.

Ognunu la so’ lingua studiava

a don Lorenzu la vita liggeva.

Chiancimmu tutti genti siciliani:

muriu lu patri chi dava lu pani.

Comprici sunnu li affittajola

macari agenti di cancillaria.

A li putenti chistu un ci calava

ca don Lorenzu l’occhi nni grapria.

E p’aviri a lu populu aiutatu

a don Lorenzu ci finì ammazzatu.

Traduzione

Il sedici di maggio a prima sera

il tempo scuro e luna non ce n’era.

Gli empi scellerati e traditori

non vollero accendere i lampioni.

In paese quanto lutto c’era

quando arrivò la figlia povera creatura.

Padre mio come faccio adesso

ché bambina sono rimasta sola.

E don Lorenzo va a la sepoltura

accompagnato da tutta la Lega.

Accompagnato da tutta la Lega

ognuno restava con la lingua muta.

Ognuno restava con la lingua muta

alla vita di don Lorenzo ripensava.

Piangemmo tutti quanti i siciliani:

è morto il padre che difendeva il nostro pane.

Complici sono gli affittuari

ed anche gli agenti del municipio.

Ai potenti questo non andava giù

che don Lorenzo gli occhi ci aprisse.

E per avere il popolo aiutato

don Lorenzo finì ammazzato.

La Lega e le sue donne vestite di rosso piansero Lorenzo Panepinto. Il popolo cantò questa “storia” che Rosa Balistreri ha raccolto nel 1977.

Il riferimento alla mancata accensione dei lampioni riporta il fatto accertato che proprio quella sera furono “per caso” accesi in ritardo, dopo che don Lorenzo era stato assassinato.

Ca don Lorenzu l’occhi nni grapia (che don Lorenzo ci aprisse gli occhi). La giustapposizione del “don” (che sta qui ad indicare l’appartenenza al “ceto dei civili”) e del “nni” (a noi) esprime quanto fosse inatteso che qualcuno della classe dei padroni chiarisse le idee e consigliasse bene i contadini. La stessa sofisticazione simbolica è presente in altre parti del testo.

Ognunu la so’ lingua studiava / a don Lorenzu la vita liggeva (“ciascuno meditava internamente / meditava sulla vita di don Lorenzo”, nell’edizione del 1978). Tutti avrebbero voluto fare un’orazione funebre, ma tutti temevano (i due versi originari sono immensamente espressivi in questo senso). L’orazione fu fatta. Fu fatta da un altro “don”, anch’egli dal lato dei contadini: don Ignazio Attardi, il medico che li curava.

Il testo cantato da Rosa resta particolarmente intenso seppure mancante dei seguenti versi che, come tutto il canto, Rosa stessa aveva raccolto:

Li lacrimi chi jietta dda signura

ca di lu chiantu li petri lavava:

persi lu specchiu di la vita mia

specchiu di la Sicilia chi jera!

A lu casteddu quant’alluttu c’era

ncapu lu cozzu di la bbrivatura

ca cci chiancinu tutti li maistrini

e li studenti tutti, già chi cc’era!

Li stessi morti cci ficiru largu:

chiancemmu tutti a luttu la Sicilia.

[Le lacrime che piange quella signora

che con il pianto il selciato lavava:

ho perso lo specchio della vita mia

che era specchio della Sicilia!

A lu casteddu quanto lutto c’era

sull’alta piazza della fontana

chè piangono tutte le maestrine

e gli scolari che erano già tutti lì!

Gli stessi morti gli fecero largo:

piangemmo tutti per la Sicilia a lutto.]

La casa dove abitò Lorenzo Panepinto (oggi di proprietà della famiglia Greco) si trova nella via che porta il suo nome e una lapide in marmo con sculture di foglie di alloro, a perenne memoria, riporta la seguente scritta:

“AGLI AVAMPOSTI DI PROLETARIE RISCOSSE

ORGANIZZATA LA PRIMA FITTANZA COLLETTIVA

A SERVAGGIO ECONOMICO MILLENARIO AUSPICANTE REDENZIONE

LORENZO PANEPINTO SULLA SOGLIA DI QUESTA CASA NATALE

DA PIOMBO PARRICIDA SORPRESO PURA OSTIA CADDE

NEL GORGOGLIO DEL PROPRIO SANGUE COME L’AURORA VERMIGLIA

GLORIA DI CONOSCENZA ATTINGENDO”

QUESTA LEGA DI CONTADINI CHE DA LUI EBBE VITA E DIGNITÀ DI COSCIENZA

NELL’ANNIVERSARIO PRIMO LA MEMORABILE DATA

XVI MAGGIO MDCCCCXI

A’ FUTURI CONSEGNA

Il monumento collocato in piazza Maddalena, è stato realizzato nel 1986 in occasione del 75° anniversario della morte di Lorenzo Panepinto, avvenuta nel 1911 (come risulta dall’iscrizione sul retro del monumento).

L’opera è dello scultore Giacomo Baragli, in collaborazione con lo scultore Lo Piccolo.

 

 





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