“Mi disse: “I contadini vanno a Portella ma lo sanno che lì ci stanno gli americani che devono buttare le caramelle?”

“La vecchia credeva che fossero mortaretti e cominciò a battere le mani festosa. Rideva. Per una frazione di secondo continuò a ridere, allegra, dentro di sé, ma il suo sorriso si era già rattrappito in un ghigno di terrore. Un mulo cadde con il ventre all’aria. A una bambina, all’improvviso, la piccola mascella si arrossò di sangue. La polvere si levava a spruzzi come se il vento avesse preso a danzare. C’era gente che cadeva, in silenzio, e non si alzava più. Altri scappavano urlando, come impazziti. E scappavano, in preda al terrore, i cavalli, travolgendo uomini, donne, bambini. Poi si udì qualcosa che fischiava contro i massi. Qualcosa che strideva e fischiava. E ancora quel rumore di mortaretti. Un bambino cadde colpito alla spalla. Una donna, con il petto squarciato, era finita esanime sulla carcassa della sua cavalla sventrata. Il corpo di un uomo, dalla testa maciullata cadde al suolo con il rumore di un sacco pieno di stracci. E poi quell’odore di polvere da sparo.
La carneficina durò in tutto un paio di minuti. Alla fine la mitragliatrice tacque e un silenzio carico di paura piombò sulla piccola vallata. In lontananza il fiume Jato riprese a far udire il suo suono liquido e leggero. E le due alture gialle di ginestre, la Pizzuta e la Cumeta, apparvero tra la polvere come angeli custodi silenti e smarriti.
Era il l° maggio 1947 e a Portella della Ginestra si era appena compiuta la prima strage dell’Italia repubblicana.”

I TANTI PERCHE’ DI UNA STRAGE

di Sandro Provvisionato
Soltanto da tre anni, cioè dalla caduta del fascismo, a Piana degli Albanesi, a pochi chilometri da Palermo, i socialisti e i comunisti di San Cipirello, Piana e San Giuseppe Jato avevano ripreso a commemorare il l° maggio, festa dei lavoro. Per la terza volta consecutiva dalla fine della guerra i contadini e i braccianti di quelle terre arse e ingrate si erano dati appuntamento, con i muli e i cavalli addobbati di nastri colorati, in fondo alla vallata, a pochi metri dalla vecchia strada, dove una grossa roccia calcarea era diventata un podio per i comizi. La gente, che approfittava di quella giornata di festa per una scampagnata, lo chiamava il «sasso di Barbato» perché, fin dal 1864, da lì sopra Nicola Barbato, medico socialista, uno dei fondatori dei Fasci siciliani, ogni anno parlava alla sua gente.
Quel giorno sul «sasso di Barbato» era salito per il tradizionale comizio Giacomo Schirò, un calzolaio, segretario della sezione socialista di SanGiuseppe Jato.
A prendere la parola sarebbe dovuto essere un prestigioso leader comunista, Gerolamo Li Causi. Ma il giorno prima Li Causi aveva fatto sapere che, impegnato in un’altra manifestazione, non sarebbe intervenuto. Al suo posto era stato chiamato un giovane sindacalista, Francesco Renda. Ma proprio quel l° maggio a Renda si era rotta la moto nei pressi di Altofonte e così, ad essere interrotto dagli spari, dal sangue e dalla morte si trovò il povero calzolaio.
Quel giorno a Portella della Ginestra morirono undici persone, due bambini e nove adulti. Altri 27 contadini rimasero feriti.
Ma chi e perché aveva aperto il fuoco su una folla inerme e festante? Che messaggio politico si nascondeva dietro quella feroce carneficina? Chi aveva dato il via al massacro e soprattutto chi lo aveva ordinato?
Come ogni atroce fatto italiano, anche la strage di Portella è ancora oggi, a distanza di quasi mezzo secolo, in gran parte avvolta nel mistero.
Quando nel pomeriggio di quel 1° maggio di tanti anni fa la notizia si diffuse c’era solo una certezza: quell’eccidio di uomini, donne, bambini, poveri contadini comunisti e socialisti era avvenuto all’indomani di una grande vittoria ottenuta dal Blocco dei popolo, una lista formata appunto da PCI e PSI, alle elezioni amministrative regionali, le prime per l’Assemblea siciliana.
Che a sparare dalle alture sulla gente erano stati gli uomini del bandito Salvatore Giuliano, di Montelepre, un piccolo paese sulla strada che da Palermo porta a Trapani, gli italiani lo sapranno solo quattro mesi dopo, nell’autunno dei 1947. Notizia questa che un alto funzionario dello Stato italiano, il capo dell’Ispettorato di pubblica sicurezza in Sicilia, Ettore Messana, aveva saputo, invece, poche ore dopo la strage. E lo stesso Messana, ben presto, forse venne anche a sapere chi erano i mandanti di quel massacro, chi aveva armato la mano del bandito. Ma né lui, né altri funzionari statali (poliziotti, carabinieri, agenti dei servizi segreti), né tantomeno uomini politici di livello nazionale, con impegni nel governo del paese, lo diranno mai. Anzi da quel giorno tutti si adopereranno, come un solo uomo, pur tra dissidi e rivalità, per imbastire trame sempre più complesse che porteranno altro sangue e altri lutti. Con un unico obiettivo: coprire la verità sulla strage di Portella della Ginestra. Esattamente quello che altri uomini dello Stato faranno, fino ai giorni nostri, per far restare tali i misteri d’Italia.

Tratto da: Sandro Provvisionato – Misteri d’Italia – Laterza, 1993 

LE VITTIME DELLA STRAGE DI PORTELLA DELLA GINESTRA

11 morti

Vito Allotta
Margherita Clesceri
Giorgio Cusenza
Lorenzo Di Maggio
Filippo Di Salvo
Giovanni Grifò
Castrenza Intravaia
Vincenza La Fata
Serafino Lascari
Giovanni Megna
Francesco Vicari



UNA STRAGE ANNUNCIATA: IL RAPPORTO DELLA QUESTURA di PALERMO

Che il massacro, a Portella della Ginestra, non sia giunto a freddo, inatteso, lo dimostra il documento che di seguito pubblichiamo. E’ il rapporto, datato 8 maggio 1947 (una settimana dopo la strage) redatto dall’allora questore di Palermo Cosenza.
Minacce aperte, velate allusioni avevano preceduto quel fatale primo maggio. Mafiosi noti, gente del popolo sapeva che quei contadini festanti andavano incontro alla morte. Difficile pensare che quell’eccidio non abbia avuto coperture.


IL RAPPORTO
QUESTURA DI PALERMO

div. gab. n. 35538-2^
Palermo, 8 maggio 1947

Oggetto: Gravi delitti commessi a Piana degli Albanesi in occasione della festa del lavoro, il 1 maggio 1947.

Al Sign. Procuratore della Repubblica Palermo

Il primo corrente, poco prima di mezzogiorno, pervenne alla compagnia esterna dei Carabinieri una grave notizia: in contrada Portella della Ginestra, territorio di Piana degli Albanesi, era stato sparato sulla folla che celebrava la festa del lavoro in concorso con le popolazioni di S.Giuseppe Jato e Sancipirello, e vi erano diversi morti e feriti.
La questura, di accordo col Comando del Gruppo Esterno dei Carabinieri, provvide, immediatamente, a inviare nei detti Comuni, nuclei di Carabinieri e di guardie di PS, alla dipendenza di funzionari di PS e di Ufficiali dell’Arma per l’accertamento dei responsabili, per i soccorsi ai feriti e per il mantenimento dell’ordine pubblico.
Perciò a Piana degli Albanesi si recarono il Comandante la Squadra Mobile, Commissario aggiunto di PS, dott. Guarino Salvatore, il Comandante del Gruppo Esterno dei Carabinieri, Maggiore Angrisani cav. Alfredo e il Capitano Del Giudice Achille; mentre a San Giuseppe Jato e a San Cipirrello, dove, frattanto, si erano recati ufficiali e funzionari di PS dell’Ispettorato generale di PS per la Sicilia, si recarono il vicequestore Cosenza Filippo, il commissario aggiunto di PS sign. Manlio Lombardo, il Maggiore dei Carabinieri Cassarà cav. Leonardo, il capitano dei Carabinieri sign. Maneri Domenico e altri ufficiali.
Dai primi accertamenti si poté stabilire che la mattina, come era stato praticato l’anno avanti e come si era praticato anche gli anni anteriori al periodo fascista, molti elementi delle popolazioni dei Comuni di Piana degli Albanesi, di San Giuseppe Jato e di Sancipirello, appartenenti, per lo più alle rispettive Camere del Lavoro e accompagnati anche dai familiari, si erano recati, come d’intesa, a piedi, a cavallo e anche su carri, in località Portella di Ginestra, un pianoro sito in territorio di Piana degli Albanesi, tra i monti Pizzuta e Cometa, distante circa km. 5 da Piana, allo scopo di celebrare la festa del lavoro e, nel contempo, fare una scampagnata.
Secondo quanto dichiarò sin da principio, il sindaco di Sancipirello, sign. Sciortino Pasquale – fu Vito e di Cimino Giovanna, nato a Sancipirello il 4 luglio 1913, e che poi ha confermato l’annesso verbale n. 1 – le comitive dei comuni di San Giuseppe e Sancipirello, guidate da lui e dai dirigenti delle rispettive Camere del Lavoro, giunsero sul posto verso le ore 9, quando ancora non era giunta la comitiva del Comune di Piana degli Albanesi.
Nell’attesa, i gitanti si sparsero, a gruppi, per i prati sia per riposarsi e sia per consumare il cibo che si erano portato. I cavalli e i muli furono liberati dai basti e lasciati liberi a pascolare o sdraiarsi per terra.
Quando giunse un primo scaglione della comitiva di Piana, tutti si radunarono attorno a una specie di podio, formato da un grosso masso di Pietra e da altri sassi sovrapposti, podio da dove, gli anni anteriori al fascismo, aveva parlato alle folle radunate per l’identico scopo, il propagandista Barbato. Da esso, in attesa che giungesse l’oratore ufficiale sign.Pedalino, della Federterra, si mise a parlare Schirò Giacomo di Paolo e Damiani Calogera, nato a San Giuseppe Jato il 15 agosto 1907, calzolaio, segretario della sezione del PSI. di San Giuseppe Jato; ma non aveva dette che poche frasi, riscuotendo gli applausi della folla, che si sentì una sparatoria. Non si comprese, da principio, di che si trattasse e molti credettero che fossero detonazioni di fuochi artificiali, in segno di giubilo.
La sparatoria continuò, con brevi intervalli tra una scarica e l’altra. Dopo pochi minuti, accanto al sindaco di Sancipirello cadde, grondante sangue, un giovane di Piana degli Albanesi; cadevano, feriti, altri giovani ragazzi, cadevano anche animali che pascolavano lì vicino. Allora si capì che si sparava sulla folla e tutti, presi dallo spavento, si sparpagliarono in diverse direzioni, oppure cercavano riparo dietro ai grossi sassi.
I parenti dei caduti e dei feriti, si trascinarono costoro e si allontanarono, la maggior parte verso Piana, perché da quella parte si trovava subito il riparo.
Quando i funzionari e gli ufficiali giunsero a S.Giuseppe Jato visitarono subito il sindaco sign. Ferrara Biagio di Benedetto e di Lupo Vita, nato a S.Giuseppe Jato il 27 febbraio 1902, il quale dichiarò che il primo maggio stava ammalato a Palermo, ma che, saputo del grave fatto, era tornato in paese per compiere il suo dovere verso la popolazione e specialmente verso le famiglie dei morti e dei feriti. Egli, l’indomani, ci segnalò un ragazzo che aveva fatto importanti dichiarazioni, ragazzo che fu subito identificato per Cusimano Rosario di Angelo e Anna Guzzetta, di anni 12, compiuti, da San Giuseppe Jato, abitante in via Porta Palermo, il quale, come rilevasi dall’annesso verbale n. 2, dichiarò che la mattina del 1 maggio, si era recato alla festa insieme con la madre, alle sorelle e altri ragazzi suoi vicini di casa. Ascoltava il discorso e batteva le mani, quando sentì sparare. Credette che si trattasse di fuochi artificiali, ma quando vide che cascavano ferite le bestie e la gente scappava, egli si nascose dietro un masso. Quando il fuoco cessò e la gente si era allontanata, egli andò in cerca dei propri congiunti e non avendoli trovati si avviò verso le case della Ginestra per prendere lo stradale che conduce a San Giuseppe Jato. Ad un certo punto vide tre individui armati, che passarono a poca distanza da lui, inosservato, alla stessa distanza, cioè, che intercorre tra il Municipio e la Caserma dei Carabinieri di S. Giuseppe Jato (circa cinquanta metri). Perciò li riconobbe tutti e tre. Essi erano: Pipino Troia, Totò Romano e Marinotto Elia. Indossavano, tutti, vestiti vecchi ed erano armati: i primi due con fucili mitragliatori, dalle canne con buchi; e il terzo con fucile a due canne, da caccia. Quest’ultimo, inoltre, calzava scarpe gialle, all’americana. Li seguì con lo sguardo sino al ponte grande, finchè “tracuddarono” – sparirono. Il Cusimano soggiunse che quando fu a casa, disse alla madre quello che aveva visto ed essa gli raccomandò: ‘Non si parla, eh! Si sente, ma non si parla”.
E’ stato accertato che, alla festa, si eran pure recati un gruppo di cinque giovanotti che si erano fatti accompagnare da una donna di facili costumi. Essi sono: Bellucci o Bellocci Ugo di Ignoti, di anni 33, da San Giuseppe Jato; Caiola Calogero di Salvatore e fu Anna Di Martino, di anni 29, da San Giuseppe Jato; Randazzo Angelo di Benedetto e di Martorana Maria, di anni 26, da San Giuseppe Jato; Rumore Angelo fu Antonino e di Bono Provvidenza, di anni 25, da San Giuseppe Jato; Baio Antonino non meglio indicato. La donna è stata identificata per Roccia Maria fu Francesco e fu Parrinello Francesca, di anni 29, da Favignana, domiciliata a Trapani, prostituta. Costoro, quasi concordemente, hanno dichiarato (veggansi allegati nn.3-4-5-6-7) che invece di recarsi col grosso della folla, si avviarono verso una località recondita, ad oltre un chilometro dal pianoro della Ginestra, denominata Caramoli. Sul posto c’erano altri due compagni di Piana degli Albanesi, non bene indicati, i quali, però, si trattennero poco con i cinque e con la donna. Il gruppo si era da poco messo a mangiare quando sentì le sparatorie a brevi intervalli l’una dall’altra. Dopo vide la gente fuggire. Allora, impressionati, si guardarono attorno e notarono che, a mezza costa della montagna Pizzuta, scendevano due individui armati; poi, ad una certa distanza, un gruppo di tre armati, poi un altro gruppo di tre e, in ultimo, pure a distanza, un altro gruppo di quattro persone divise in due. Essi, asserirono di non avere riconosciuto alcuno, ma che una delle ultime persone portava un impermeabile chiaro. Questa, camminando, pronunziò la seguente frase: “Disgraziati, chi facistivu?”.
Uno dei cinque giovani che stavano con la donna, e precisamente Caiola Calogero corse a cavallo del suo mulo a Portella della Ginestra, per chiamare la forza pubblica. Di fatti, tornò col maresciallo e un carabiniere, i quali, visto che i malfattori si erano allontanati, se ne tornarono a Portella. Oltre tale dichiarazione assunta a verbale, il Caiola, al vicequestore, nel confermare quanto aveva dichiarato, soggiunse di essersi accorto che sulla montagna, in alto, c’erano pure due pastori che pascolavano pecore e c’erano anche tre individui come se stessero di vedetta.


Fra le persone che si erano recate pure alla festa del lavoro, c’era Borruso Alberto di Leonardo e di Bona Giuseppa, nato a San Giuseppe Jato il 3 gennaio 1928, abitante in via Acqua Nuova, 22, contadino, il quale ha dichiarato (veggasi allegato n. 8) che aveva preso l’incarico di trasportare sul suo carro circa 200 razioni di pane, vino e carciofi da distribuire ai compagni poveri. Giunto sul posto e avendo saputo che la distribuzione dovevaavvenire dopo del comizio, egli fece spingere il carro un poco più in sù del podio dove si dovevano tenere i discorsi, staccò il mulo dal carro e lasciando questo in custodia del compagno Tresca Pietro, si recò verso il costone della montagna Pizzuta per raccogliere l’erba per il mulo. Giunto ad un punto dove c’era un bel cespuglio di erba sulla, si accinse a estirpare detta erba dal suolo, quando sentì degli spari. Dapprima non si seppe rendere conto; ma dopo, essendo stato colpito da una scheggia alla punta di una scarpa, comprese il pericolo e si riparò dietro un mucchio di pietre. Guardando, dice lui, “con maggiore sicurezza” vide che un individuo sparava sulla folla; e come questi si spostò da un masso all’altro, lo riconobbe per Benedetto Gricoli, inteso Troia perchè parente della famiglia Troia, da San Giuseppe Jato. Il Borruso precisa di averlo riconosciuto nettamente, in modo inequivocabile, armato di un fucile mitra col quale sparava continue raffiche.
Gli individui indicati dal Borruso e dal Cusimano che già erano stati fermati in un primo rastrellamento il giorno 1° maggio sono stati dichiarati in arresto e associati alle locali carceri a disposizione di V/S Ill./ma.
Data la importanza delle dichiarazioni rese dai testi Cusimano e Borruso, questi sono stati subito presentati a V.S.Ill/ma per essere esaminati.
Le loro generalità sono le seguenti:
1. Troia Giuseppe di Benedetto e fu Costanzo Rosalia, nato a S. Giuseppe Jato il 19/1/1884, ivi residente in via Nuova, 52;
2. Romano Salvatore fu Vito e fu Di Marco Francesca, nato a San Giuseppe Jato il 5/12/1908, ivi domicialiato in via Normanni n.45, agricoltore;
3. Marino Elia, inteso Marinotto, fu Paolo e fu Napoli Filippa, nato a S.Giuseppe Jato il 17/10/1890, abitante in via Normanni, n.49;
4. Gricoli Pietro Benedetto fu Giacomo e fu Costanza Carmela, nato il 14/8/1916 a San Giuseppe Jato.
Il sindaco di Sancipirello, nella sua dichiarazione, assunta a verbale, il giorno 6 andante, oltre ad avere accennato al riconoscimento del Borruso, ha segnalato pure due giovani, uno dei quali si chiama Ferruggia Emanuele, i quali giunti con la comitiva di Sancipirello, in attesa che giungessero quelli di Piana degli Albanesi, si misero a gironzare per i dintorni. Appena giunsero alle falde della montagna Pizzuta, notarono che, a mezza costa, vi erano delle persone appostate.
Essi ne contarono sei. Insospettiti se ne tornarono indietro per raggiungere il grosso della folla; ma non erano neppure giunti che sentirono sparare: si buttarono per terra e notarono che la folla si sparpagliava spaventata.
Il sindaco di Sancipirello, sign. Sciortino Pasquale, richiesto sui motivi di tale grave fatto, ha detto che riflettendo, questo non può spiegarsi che come effetto della reazione degli avversari politici. Ha ricordato, in proposito alcuni episodi ai quali, prima, non aveva dato importanza. Il giorno 21 aprile u.s., appena si seppe che nelle elezioni il Blocco del popolo aveva ottenuta la maggioranza, l’ex tenente dei Carabinieri sign. Di Leonardo Pasquale di Carlo, da Sancipirello, incontratolo, lo chiamò e, in presenza del Maresciallo Comandante la Stazione dei Carabinieri del luogo, gli disse: “Se avete da fare manifestazioni di giubilo, bisogna evitarle se no succede danno. Ci sono persone che hanno la testa guasta, avvisa pure gli esponenti di San Giuseppe, affinchè non scendano a Sancipirello”. Il sindaco, per evitare disordini non permise alcuna manifestazione.
Egli ha ricordato che, precedentemente, in un pubblico comizio tenuto a Sancipirello, il capo della mafia locale, Celeste Salvatore fu Pietro, volle parlare al pubblico. Fra l’altro disse: “Una vittoria del Blocco sarà tanti fossi che si scaveranno per i comunisti e tanto sangue sarà sparso. I figli non troveranno il padre e la madre perchè conoscete chi sono io”. Il Celeste ricercato si è reso irreperibile.
Il possidente sign. Arcuri Michele, dopocchè subì il sequestro di persona, prese come amministratore, evidentemente perchè impostogli, il mafioso Battaglia Leonardo, il quale in questi giorni, si è reso irreperibile. A proposito di lui, certo Cardarera Filippo avrebbe dichiarato che il 30 aprile u.s., nella casa del Battaglia vi sarebbe stata una riunione di mafiosi.
La sera del 20 aprile, al dire del sindaco di Sancipirello, si era sparsa la voce che in casa di Gioacchino Capra era sta preparata una mitragliatrice per il popolo se questo fosse sceso in piazza; e che i mafiosi erano pronti ad attaccare il popolo. Però non successe nulla.
Infine, il sindaco suddetto ha esibito una lettera anonima, da lui ricevuta per posta, nella quale vengono indicati come assassini (del fatto) del primo maggio Scioano Calogero, Mustacchia Salvatore, Lo Greco Damiano e Cangelosi Antonino; però, Scioano e Mustacchia si sarebbero sottratti con una calunia, una scusa, mentre Cangelosi e Lo Greco avrebbero partecipato all’attacco.
Nell’anonimo si dice infine: “…satti guardare perchè il Maresciallo del vostro paese era pure complice. Salute di un tuo amico”. Detto anonimo viene annesso al verbale d’interrogatorio del sindaco sign. Sciortino, dopo di averne presa copia.
Degli individui indicati nell’anonimo, due si trovano già fermati, cioè Lo Greco Damiano di Domenico e Di Gregorio Antonina, nato a  Sancipirello il 30/10/1902; e Scioano Calogero di Simone e di Anna Di Liberto, nato a Sancipirello il 2/1/1920.
A conferma di quanto ha asserito il sindaco di Sancipirello e cioè che il giubilo del popolo destasse la suscettibilità dei mafiosi di quei paesi, si citano alcune frasi molto significative, pronunciate la mattina del primo maggio da qualcuno di essi. La signora Maiolo Rosalia maritata Norcia, da S. Giuseppe Jato, ha dichiarato- veggasi allegato n.9- che la mattina, recandosi presso la cognata per prendere parte alla festa del lavoro, passò davanti alla casa dei fratelli Giuseppe e Salvatore Romano e vide costoro seduti sullo scalino antistante la casa. Vicino ad essi, ma in piedi, c’era Peppino Troia. Uno dei tre disse, in modo da farlo sentire ad essa: “Sarebbe cosa stamattina di piazzare una mitragliatrice e lasciarli tutti lì”.
La signora Baio Maria, maritata Cuccia, nata a Piana dei Greci ma domiciliata a S. Giuseppe Jato, dichiara- veggasi allegato n. 10- che la mattina del primo maggio, la vicina di casa, Partelli Antonia, vedova, ma che non disdegna i rapporti con gli uomini, diceva: “Vanno a Portella, ma non sanno che lì ci stanno gli americani che devono buttare le caramelle!”. La Baio di rimando: “Botta di sangue in bocca, che andate dicendo?”.Allora  quella riprese: “Io lo dico per ischerzo, ma sapete che a Palermo ci stanno i soldati americani?”.
Maniscalco Giovanna maritata Randazzo, da Sancipirello, e la figlia Randazzo Vincenza di Domenico, di anni 25, da Sancipirello, dichiarano –
veggasi allegato n. 11- che pure la mattina del primo maggio levatasi da letto prima del sorgere del sole, perchè i congiunti di sesso maschile si preparavano a partecipare alla festa del lavoro, notarono che la gente era contenta; solo una vicina di casa, certa Trupiano Maria, maritata con La Milia Francesco, commerciante di generi vari, criticava la festa e diceva: “I preparativi sono buoni, ma ancora nun sacciu”. Con tali parole sembrava che volesse dire: “Ancora non so come andrà a finire”. Per il momento non fecero caso a tali parole; ma, alle prime voci del delitto consumato, la Randazzo Vincenza, sapendo che sul posto c’erano pure andati il padre e i fratelli, si mise a gridare contro la Milia: “Se avrà qualcosa mio padre e i miei fratelli, verrò ad ammazzarti sino in casa”. La Milia, allora, cercò di negare le riferite frasi; ma un’altra vicina, certa Trupiano Francesca, nata Maniscalco, le disse di avere sentito dire dalla stessa La Milia le seguenti significative frasi: “Vanno cantando e vengono cacando”.
Dopo del fatto La Milia starebbe zitta e rincantucciata a casa.
Com’è noto, immediatamente dopo la comunicazione del grave delitto, gli organi di polizia recatisi sul posto hanno proceduto ad un vasto rastrellamento di elementi ritenuti capaci, per i loro precedenti, per la loro tendenza a delinquere e per altre circostanze, di avere organizzato od eseguito il grave delitto, fermando complessivamente circa centosettantacinque persone fra le zone di Piana dei Greci, di San Giuseppe Jato, Sancipirello estendendo l’azione anche nei comuni di Partinico, Monreale, Altofonte, Pioppo, Altarello di Baida, Boccadifalco e campagne circostanti. Sono in corso attivissime indagini per accertare la posizione dei singoli e procedere senz’altro al rilascio di coloro sui quali non gravano elementi di responsabilità.
Si fa riserva di indicare le generalità delle persone indicate nell’anonimo e di riferire man mano l’esito delle ulteriori indagini che vengono proseguite col massimo interessamento. Si allega l’elenco dei morti e dei feriti.

IL QUESTORE
F. Cosenza

Fonte: Associazione “Non solo Portella”


L’OMBRA AMERICANA DIETRO LA STRAGE

La desecretazione di alcuni documenti dei servizi segreti americani, relativi ai primi anni del secondo dopoguerra italiano, rivela alcuni retroscena scottanti della strage di Portella della Ginestra: quel 1° maggio 1947, ci sarebbe stata la mano dell’OSS, l’Office of Strategic Services – ossia il servizio segreto che poi cambiò il nome in CIA – dietro il massacro di contadini. Un’ipotesi non del tutto nuova, ma ora confortata da prove concrete.
Di seguito pubblichiamo materiale tratto dal quotidiano La Repubblica.

Giuseppe Casarrubea

C’era un commando che sparò dall’alto”
Intervista a Giuseppe Casarrubea


Da LA REPUBBLICA del 10 febbraio 2003
Parla Casarrubea, storico, autore di cinque libri sulla strage

Giuseppe Casarrubea, 56 anni, storico, ha passato l’ultimo decennio a studiare la strage di Portella della Ginestra. All’avvenimento ha dedicato cinque volumi. Proprio per uno di questi libri, paradossalmente, Casarrubea è l’unico imputato per quei fatti del 1947. Lo ha querelato il generale dei carabinieri Roberto Giallombardo. L’ufficiale si è sentito diffamato per la ricostruzione della misteriosa morte in una caserma di Alcamo di Salvatore Ferreri, uno dei banditi di Giuliano, conosciuto come frà Diavolo. Il generale sostiene di avere sparato per legittima difesa durante una colluttazione; lo storico ritiene che si sia trattato di un’eliminazione per chiudere la bocca a un testimone che poteva “parlare” dei mandanti di Portella.

Salvatore Giuliano

Professore, lei da tempo scrive che Giuliano fu solo uno strumento usato da altri per fini eversivi. Vuole spiegare la sua tesi?

“Negli atti del processo di Viterbo sulla strage ci sono numerose circostanze che fanno pensare a una manipolazione per coprire i veri responsabili. Le centinaia di documenti dell’OSS rinvenuti nel 2002 dal ricercatore Mario J. Cereghino all’Archivio nazionale degli Stati Uniti di College Park, dove ha trascorso sei settimane, ci forniscono nuovi elementi che porterebbero a una regia occulta americana”.

Cosa accadde veramente quel Primo maggio a Portella?

“Secondo la versione ufficiale, Giuliano fu l’unico esecutore della strage, invece fu solo un parafulmine. In realtà quella mattina interagirono diversi soggetti. Innanzitutto i mafiosi: tre giorni prima avevano tenuto un summit in una masseria vicina, ebbero loro il compito di controllare il territorio. Poi elementi fascisti si mossero dietro le quinte: per manovrare la banda Giuliano e per preparare militarmente il massacro. A Salvatore Ferreri, confidente numero uno del capo della polizia isolana Ettore Messana, fu ordinato di caricare i mitra e uccidere. Tanti soggetti interessati all'”affare politico” di Portella, ma una sola mente”.

Salvatore Ferreri detto frà Diavolo
L’ispettore PS Ettore Messana (a sinistra A. De Gasperi).

Giuliano ha sparato o no?

“Si, ma in aria. I proiettili trovati sui corpi dei morti sono quelli del mitra Beretta calibro 9 che aveva Salvatore Ferreri, mentre il re di Montelepre era dotato di altre armi. Della presenza di frà Diavolo, documentata dai testi, non c’è traccia negli atti investigativi. Giuliano cadde in una trappola: la mente della strage gli fece credere che quel giorno si sarebbe solo dovuto assassinare il capo dei comunisti Girolamo Li Causi. Oggi si può legittimamente ritenere che sul pizzo di fronte al pianoro, a lanciare quelle bombe-petardo non potevano che essere uomini di un commando militare. Poi c’è un’altra inquietante coincidenza nei sei mesi precedenti: si muovono con sincronia in Sicilia tre personaggi chiave: Lucky Luciano, Mike Stern e Salvatore Ferreri. E proprio in quei mesi le tante mafie diventano un’unica potente mafia”.


Le carte segrete sulla strage
L’ombra Usa a Portella della Ginestra

di ATTILIO BOLZONI e TANO GULLO

Da LA REPUBBLICA del 10 febbraio 2003

Gli agenti speciali hanno lasciato le loro impronte a Portella della Ginestra. L’ombra della strage che non ha avuto mai mandanti si allunga fino all’Office of Strategic Services, il servizio segreto americano che in quegli anni era comandato in Italia dal capitano James Jesus Angleton.
Una pattuglia di quegli uomini che lui aveva reclutato tra le file della Decima Mas e nella sbirraglia fascista, sbarca a Palermo in anticipo su quel Primo Maggio. La missione siciliana e le altre incursioni contro i “rossi” in varie città d’Italia erano state programmate da quattordici mesi. Lo testimonia un cablogramma datato 12 febbraio 1946, indirizzato al War Department e firmato da Angleton in persona: “Ho bisogno immediatamente di almeno dieci agenti per aprire basi a Napoli, in Sicilia, a Bari e a Trieste. Devono essere sottoposti ad un addestramento intensivo… Servono per operazioni militari”.
C’è aria di festa quella mattina di primavera del 1947 sulle colline intorno a Piana degli Albanesi, all’improvviso partono le sventagliate di mitraglia e il fuoco lascia per terra undici contadini. Ma non è solo Salvatore Giuliano a sparare. E non sono soltanto le armi dei suoi disgraziati banditi a far fuoco dalle rocce della montagna. Negli schedari degli Archivi Nazionali degli Stati Uniti d’America, gli atti desecretati dalla CIA svelano fatti e personaggi che raccontano le vicende di Portella prima e dopo il bagno di sangue.
Ecco cosa è custodito nel labirinto di carte sepolte per oltre mezzo secolo alla Central Intelligence Agency. Ci sono indizi che portano ancora alle “squadre” del principe Junio Valerio Borghese addestrate dall’OSS e spedite in Sicilia. Ci sono banditi che incontrano spie travestite da giornalisti. Ci sono monaci ed ex funzionari dell’OVRA che trattano con il “re” di Montelepre. Ci sono mafiosi del calibro di Lucky Luciano che a sorpresa tornano nell’isola. E, a Palermo, c’è anche un covo antibolscevico collegato con le milizie di tutta Italia. Ogni foglio del servizio Usa emana odore di intrigo. Ma lì dentro c’è soprattutto la storia di certe armi di cui nessuno si era mai curato. La prima traccia di Portella che conduce agli agenti di Angleton è ancora oggi conficcata nei corpi dei sopravvissuti: schegge di metallo di ignota provenienza. Non sono frammenti di proiettili, non sono bombe a mano andate in frantumi. Non sono niente, ufficialmente: solo “qualcosa” che il Primo Maggio ha colpito decine di contadini, donne e bambini.
Quasi tutti i testimoni avevano allora raccontato “di aver sentito, prima degli spari, un sibilo e il tipico rumore dei mortaretti”. Alcuni avevano addirittura pensato ai giochi di fuoco allestiti per il giorno di festa. Nei documenti di College Park si trova quel “qualcosa” che fa un sibilo. Quel “qualcosa” è dentro il manuale di “Armi speciali, congegni ed equipaggiamenti” redatto dall’OSS nel febbraio del 1945.
Nell’opuscolo c’è la foto della Special Weapon, bomba aerea simulata in dotazione solo agli uomini del servizio segreto. Un testo ne spiega le caratteristiche tecniche e l’uso: “Obiettivo: simulare il fischio e l’esplosione di una bomba. Descrizione: è un congegno pirotecnico che produce un fischio dopo di che esplode come un grosso petardo…”.
In molti, a Portella, vengono raggiunti da quei frammenti. In quasi tutti i primi referti se ne parla, poi le schegge scompaiono per sempre dai rapporti medico-legali. E le uniche armi che risultano agli atti sono quelle imbracciate dai banditi di Giuliano. Eppure, già all’alba di quella mattina del Primo Maggio, i contadini che si incamminano verso il pianoro di Portella sentono le voci e le paure che si rincorrono per i paesi vicini.
Tra le pieghe del processo per la strage c’è una testimonianza. Quella di Maria Baio che riferisce cosa le sussurra la vicina di casa Antonia Partelli: “Mi disse: “I contadini vanno a Portella ma lo sanno che lì ci stanno gli americani che devono buttare le caramelle?””.
Questo avviene poche ore prima della sparatoria. Ma vediamo – attraverso la documentazione dell’OSS – cosa è accaduto nei mesi precedenti. In un dossier “secret” del 20 febbraio 1946 si legge: “Molti elementi neofascisti provenienti dal Nord Italia sono stati inviati in Sicilia”. Un altro dossier, stavolta a firma Angleton, informa: “L’ex federale di Firenze Polvani ha promosso un incontro tra i principali gruppi neofascisti italiani … Polvani è arrivato per l’occasione dal Centro Nazionale neo fascista di Palermo…”.
Questo Polvani ricorre spesso negli archivi dell’OSS. Il capitano Angleton non ne riporta mai il nome di battesimo, ma negli schedari di College Park si trova il fascicolo (scritto in italiano) di un agente del Servizio Informazioni Difesa della Repubblica di Salò che si chiama proprio Massimo Polvani. A Palermo, come abbiamo visto, è attivo il Fronte Antibolscevico. Lo sponsorizza in un’”informativa” all’OSS anche Nino Buttazzoni, ex capitano della Decima Mas, un luogotenente del principe Borghese, che comincia a collaborare con i servizi USA. Il Fronte Antibloscevico di Palermo ha sede nel centro storico, in via dell’Orologio. Proprio qui, dopo la strage di Portella e dopo gli assalti del 22 giugno del 1947 alle Camere del Lavoro di mezza Sicilia, vengono ritrovati gli stessi volantini lanciati dai commando che, con bombe e mitra, avevano seminato morte e terrore.
Ma non ci sono solo i fascisti che fanno scorribande in Sicilia. A Palermo, soggiorna un boss che tutti davano ormai residente negli Stati Uniti. E’ Lucky Luciano. Si aggira per i paesi di mafia intorno a Portella a bordo di una Dodge rossa carrozzata Torpedo. Sul boss circolano tante leggende. Una – sempre smentita dagli storici – lo voleva a Gela durante lo sbarco alleato. Ma questa volta la “prova” della sua presenza sull’isola la forniscono gli stessi americani, catalogando nei loro archivi un “promemoria” che ricevono da Napoli il 27 agosto 1947: “Lucky Luciano giunse in Palermo proveniente da Genova il 2 gennaio ultimo scorso… dal 15 gennaio prese alloggio all’Excelsior e il 30 maggio passò alle Palme. Il 22 giugno lasciò Palermo per Capri. Durante la sua dimora in Palermo non risulta abbia svolto attività di sorta”.
L’appunto poliziesco è vero solo in parte. Nei mesi trascorsi a Palermo il mafioso non sta proprio con le mani in mano. Lo avvistano a Carini con una ciurma “di otto eleganti giovanotti” due ore prima dell’attacco alla Camera del Lavoro. Lo avvistano a San Giuseppe Jato quando da una Dodge rossa sparano contro la sezione comunista. Per conto di chi agisce Lucky Luciano? Perché torna in Sicilia libero mentre dovrebbe trovarsi in un penitenziario americano per scontare una pena per traffico di droga?
E’ lo stesso boss che confiderà in seguito allo scrittore Tom Mangold: “Spero che non accada mai niente a James Angleton perché verrebbero sicuramente a cercare me”.
E’ sempre in quel periodo che in Sicilia vengono paracadutate altre pedine fondamentali della “rete” di Angleton. Uno è il monaco benedettino scomunicato Giuseppe Cornelio Biondi, catturato dall’OSS (rapporto 4 aprile 1945) come “agente nemico” e poi internato in un campo di concentramento. All’improvviso viene misteriosamente liberato, qualche mese dopo ce lo troviamo in Sicilia. E’ a Monreale insieme a Gaspare Pisciotta, il braccio destro di Giuliano.
Poi c’è Ciro Verdiani, ex agente dell’OVRA che diventerà Ispettore Capo della polizia nell’isola. Anche lui è catturato come “agente nemico” (rapporto OSS 9 luglio 1945), anche lui scende a Sud, da super poliziotto al servizio di Angleton, per banchettare con il “re” di Montelepre. E infine c’è il giornalista Mike Stern che fa scoop a ripetizione, intervistando il bandito. Più che giornalista, Stern è una spia, ha il grado di capitano dell’Office Strategic Services. Manda le sue corrispondenze alle riviste Life e True fino agli ultimi assalti alle Camere del Lavoro del palermitano. Poi sparisce per sempre dall’isola.
Nell’orbita dell’esercito di Angleton intanto entrano altri personaggi. Già siamo nel 1951 quando l’OSS è ormai CIA. Il documento ha la data del 30 novembre: “Dovrebbe aver luogo la nascita di un Fronte nazionale che raggruppa neofascisti come Valerio Borghese e i fondatori del Fronte nazionale monarchico, deputati Giovanni Francesco Alliata di Montereale e Tommaso Leone Marchesano”. Quei due saranno accusati di essere tra i mandanti del massacro.

Gaspare Pisciotta detto “Aspanu”

A fare i loro nomi è Gaspare Pisciotta, prima di bere quel famoso caffè all’Ucciardone. Questa  è la storia di Portella della Ginestra “riletta” con i documenti del servizio segreto americano. Questa è la storia di una strage che volevano in tanti.


A PORTELLA DELLA GINESTRA LA PRIMA STRAGE DI STATO

di Giovanna Pirrotta

Erano trascorsi appena dieci giorni dalle elezioni del 20 aprile 1947 vinte, in Sicilia, dal Blocco del Popolo. La mattina del 1° maggio un lungo corteo di donne e uomini a piedi, a dorso di mulo, su carretti e aratri, si dirigeva verso la piana di Portella della Ginestra. Un’interminabile colonna costellata di bandiere rosse. Doveva essere una giornata di festa, una festa del lavoro, dei diritti, contro l’arroganza della mafia. Fu un massacro. Undici innocenti vennero barbaramente trucidati, altre ventisette feriti.
A sparare sulla folla inerme, secondo la verità giudiziaria, sarebbe stata la banda di Salvatore Giuliano. Ma c’è un’altra verità, quella dello storico Giuseppe Casarrubea che, dopo anni di ricerche solitarie, è arrivato ad una conclusione diversa: a uccidere deliberatamente, secondo un preciso piano stragista costruito in un torbido intreccio tra mafia, forze neofasciste e complicità alleate, furono altri.
Il bandito Salvatore Ferrerò, alias “fra Diavolo”, tirò i colpi mortali, a gettare nel panico la folla radunata a Portella furono le armi in dotazione agli uomini dell’Office of Strategie Services, l’allora servizio segreto statunitense, guidato in Italia dal comandante James Angleton. Le schegge di quelle “bombe aeree simulate”, che possedevano soltanto gli uomini dei servizi segreti, sono ancora oggi conficcate nelle carni dei feriti sopravvissuti, frammenti degli stessi congegni vennero immediatamente ritrovati tra l’erba e il terriccio di Portella. Giuliano e la sua banda erano solo pedine abilmente manovrate, spararono dall’alto, ma senza fare vittime. Il “re di Montelepre” era attorniato da personaggi ambigui come: Mike Stern, spia accreditata come giornalista; ex funzionari dell’Ovra, come Ciro Verdiani, che banchettava con Giuliano, il nazifascista Giuseppe Cornelio Biondi, arrestato nel padovano, amico di Pisciotta, altri ex fascisti prima arrestati e poi rilasciati da Angleton per essere utilizzati in misteriose “azioni a medio e lungo termine”; un boss mafioso del calibro di Lucky Luciano, liberato nonostante una condanna e stranamente avvistato nell’isola proprio in quel periodo.
Per Casarrubea non ci sono dubbi: fu la prima strage di Stato, seguita da quella strategia della tensione che culminò il 22 giugno successivo con l’assalto alle Camere del Lavoro di San Giuseppe Jato, Carini, Borgetto, Monreale, Cinisi e Partinico.
Ci furono altre vittime, tra sindacalisti e rappresentanti comunisti, spesso sconosciute o dimenticate. Tra loro anche il padre di Casarrubea.

Professore, la sua tesi, scritta nel libro Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato (Edizioni Franco Angeli, 1997) e poi confermata dai documenti desecretati nel ’98 dal governo Prodi prima e dai carteggi dell’Oss rinvenuti a College Park, nel Maryland, le è costata cara: un processo per diffamazione intentato dal generale dei carabinieri Roberto Giallombardo. Ci vuole spiegare perché?

“La serenità del generale è stata turbata dalle frasi riguardanti l’eliminazione del gruppo di banditi che eseguirono materialmente la strage. A Portella, “fra Diavolo” e i suoi uomini non erano in contatto con Giuliano. Erano appostati in un altro punto, dal quale era molto più facile mirare al palco degli oratori. I colpi, diretti sul podio, furono concentrici attorno a quel punto. Sul pianoro restarono 800 bossoli e, di questi, quelli c e uccisero furono una minima parte: 81, esplosi da un mitra Beretta calibro 9. Ma Giuliano aveva un mitra Brada calibro 6 e i suoi uomini fucili mitragliatori calibro 7,6. Per sapere a chi appartenesse la Beretta non venne avviata alcuna indagine, così come per le schegge che la folla inizialmente aveva scambiato per mortaretti. Erano piste che portavano oltre Giuliano”.

Fra Diavolo venne ucciso la sera del 22 luglio successivo nella caserma di Alcamo e poche ore prima i suoi uomini avevano fatto la stessa fine. Per il generale Giallombardo, allora giovane capitano, tutto avvenne nel corso di un conflitto a fuoco. Secondo lei invece si trattò di un’esecuzione..
.

“Questi banditi avevano la consapevolezza dello scenario, quindi, dovevano essere uccisi: erano testimoni scomodi. Ferreri era scappato a Firenze, dopo una condanna all’ergastolo per omicidio, perché l’amnistia del ’46 non aveva coperto il suo delitto. Venne arrestato e riagganciato dall’ispettore generale di polizia Ettore Messana che lo fece tornare in Sicilia per reintrodursi nella banda Giuliano con un compito preciso: riferire i movimenti del bandito. Dopo la strage di Portella doveva essere eliminato”.

La Commissione nazionale Antimafia ha recentemente istituito un comitato interno per tornare a indagare sui fatti di Portella. Cosa si aspetta da questi accertamenti?

“Spero che, finalmente, si seguano le tracce che allora non furono prese in considerazione. Giuliano non poteva avere concepito  quell’operazione. Bisogna concentrare l’attenzione su altri soggetti. In particolare, sui nuclei  neo fascisti del Fronte antibolscevico di Palermo, strettamente collegati con il neo fascismo nazionale. In città, nel ’46 – ‘47, arriva Massimo Polvani, ex gerarca fascista a Firenze, non siciliano. Nella sede del Fronte antibolscevico, in via dell’Orologio, vengono trovati gli stessi volantini di propaganda anticomunista a firma Giuliano lanciati a Carini e a Partitico durante gli assalti contro la Camere del Lavoro. Che il bandito frequentasse il centro lo dice anche il bandito Terranova e al processo di Viterbo. Nessuno, durante le indagini, prese in considerazione questi elementi nodali. Che compito avevano questi gruppi neofascisti legati ai repubblichini di Salò? Dai documenti dell’Oss risulta che Junio Valerio Borghese e personaggi che facevano riferimento a lui furono arrestati e poi liberati da Angleton per operazioni di medio e lungo termine. Molti di loro vennero mandati proprio in Sicilia. Forse perché l’isola era un punto debole a causa della fortissima spinta a sinistra confermata dalle elezioni del ’47? Quali erano queste misteriose operazioni se non azioni che servissero a bloccare focolai o pericoli di insorgenza comunista?”.

Quale fu il ruolo della mafia?

“L’anticomunismo era un obiettivo comune anche alla mafia che, tuttavia,  fino a quel momento non aveva concepito il salto di qualità che portasse i capimafia fuori dalle logiche tribali e paesane.
La mafia di Mussomeli, Villalba, Partinico, Montelepre, Alcamo era costituita da patriarchi isolati nel loro territorio. Non esisteva un progetto che limettesse assieme e che li trasformasse nella Cosa Nostra degli anni successivi. Ma arriva un boss dagli Stati Uniti: Lucky Luciano starà in Sicilia dal gennaio del ’47 al 22 giugno dello stesso anno, data in cui si chiude la manovra stragista con gli assalti alle Camere del Lavoro. Ufficialmente non svolge alcuna attività, ma viene avvistato con la sua macchina, una Dodge rossa, nelle aree che gravitano attorno a Portella”.
L’obiettivo di questa strategia venne raggiunto. Sì. Con la strage di Portella si impose la chiusura delle sezioni comuniste nel territorio per un lungo periodo e si potenziò il dominio mafioso in questi paesi. Alla Regione, nonostante il risultato elettorale, si formò un governo di centrodestra. Tutto questo dimostra che l’eccidio non fu un fatto di banditismo locale. Eppure, il processo non è mai stato riaperto. Oggi ci sono tutti gli elementi per farlo e ci auguriamo che qualche magistrato intraprenda questo percorso di conoscenza e avvii un processo contro ignoti prima che sia troppo tardi”.

A che punto è, invece, il processo che la vede sul banco degli imputati?

“La sentenza del Gip è stata annullata ed è stata stabilita una nuova convocazione per il prossimo 3 giugno. Quando sarò riascoltato spero di chiarire che non c’era alcun intento diffamatorio”.

Dopo le polemiche sul revisionismo storico per il 25 aprile, il Polo  chiede la “riconciliazione” su Portella e vuole sfilare al fianco della Cgil per il 1° maggio. A questo si aggiungono altri segnali come l’intitolazione di una piazza di Agrigento ad Almirante o l’accoglienza festosa riservata i  Sicilia ad Emanuele Filiberto di Savoia…
“C’è un rialzare la testa da parte di chi pensa che si possa tagliare corto con la storia. La memoria viene negata, ma la storia non si può confondere mettendo assieme i repubblichini di Salò che sparavano ai partigiani con quelle che erano allora le loro vittime. Il revisionismo storico non può essere così folle e allucinato da ignorare le distinzioni che la storia ci impone”.

(…)

Fonte: Liberazione, 1 maggio 2003


PORTELLA DELLA GINESTRA: IL PRIMO MAGGIO DI UN MISTERO DI STATO
di Giacomo Sanna

Un giorno di festa quel 1° maggio 1947. Una tradizione, ormai, per i contadini e i braccianti che ogni anno, dal 1894, arrivavano con muli e cavalli bardati da grandi occasioni a Portella della Ginestra da San Giuseppe Jato, San Cipirello, Piana degli Albanesi. Famiglie, bambini, musica e vino, per una grande sagra sui prati attorno al cippo dedicato a Nicola Barbato, medico di Corleone, che in questa parte di Sicilia, nella seconda metà dell’Ottocento, aveva dato voce alle rivendicazioni di una classe contadina ancora soggetta al potere di baroni e latifondisti.
Erano quasi duemila le persone radunate a Portella della Ginestra quella mattina, tutte avevano mangiato e bevuto allegramente. C’era esultanza nell’aria, e ce n’era motivo, soprattutto quel primo maggio, perché se con la fine del fascismo stavano cadendo privilegi secolari e i braccianti avevano potuto occupare molte delle terre del latifondo, in quei giorni sembrava che le cose stessero cambiando anche più velocemente.
La svolta erano state le elezioni del 20 aprile per l’Assemblea regionale siciliana, un voto dal quale le sinistre del Blocco del popolo, infliggendo una cocente sconfitta alla Democrazia cristiana, erano uscite vincitrici. Quel giorno l’oratore designato per commemorare la vittoria, il prestigioso leader comunista Girolamo Li Causi aveva fatto sapere che non avrebbe partecipato, curiosamente anche Francesco Renda, giovane dirigente della Federterra, che doveva sostituirlo, per un guasto alla moto raggiunse troppo tardi la piana di Portella. Al suo posto, nel primo pomeriggio, si accostò al cippo per il discorso Giacomo Schirò, segretario della sezione socialista di San Giuseppe Jato.
Aveva appena iniziato a parlare che si udirono i primi scoppi. Non sembravano spari, almeno non subito, ma mortaretti, “il tipico rumore dei mortaretti”, racconteranno i testimoni. Molti applaudirono: sembrava un modo come un altro per fare festa. Ma c’era qualcosa di strano e improvvisamente tutti capirono: i muli, i cavalli, le persone cadevano, in silenzio, coperte di sangue; subito altri spari, colpi, questi sì riconoscibili, di fucili mitragliatori, di mitragliatrice pesante addirittura.
Un fuoco incrociato, facile, dalle alture rocciose attorno il pianoro, stava falciando nel mucchio. A chi non veniva colpito non restava che appiattirsi contro il terreno o fuggire in preda al panico. Dopo qualche minuto gli spari cessarono e gli scampati si trovarono difronte a una scena agghiacciante: decine di persone riverse a terra, centinaia quelli alla disperata ricerca dei propri famigliari, e ovunque grida, lamenti, sangue. Si conteranno 11 morti, tra cui donne e bambini, e 27 feriti; un migliaio i proiettili sparati in quei pochi minuti, senza contare le strane schegge di ordigni esplosivi “non convenzionali” estratte dai corpi delle vittime, ma citate solo nei primissimi referti medici.
Cosa era successo? Chi aveva osato sparare su un folla inerme? Se lo chiesero in tanti nei momenti immediatamente successivi una strage che suscitò subito grande emozione, in Italia e all’estero.
Dopo le prime notizie dell’eccidio, il prefetto di Palermo, preoccupato delle possibili ripercussioni sull’ordine pubblico, indisse una riunione in prefettura. Tra gli altri, l’ispettore generale di polizia Ettore Messana e Girolamo Li Causi. Quest’ultimo, mentre il prefetto si prodigava ad assicurare ogni sforzo per una rapida giustizia, udì Messana sentenziare con inaspettata sicurezza: “Per me a sparare sono stati Giuliano e la sua banda”. Insospettito per la certezza con cui l’ispettore associava alla strage Salvatore Giuliano, famigerato bandito, ma che pure non aveva mai sparato contro i contadini, chiese: “E lei come lo sa?”. La poco convincente risposta fu: “È una mia sensazione”.
Conscio di essersi sbilanciato troppo, Messana cercò di rimediare e commise l’ennesima gaffe, telefonando affannosamente qualche ora più tardi a Li Causi: “Senta onorevole, se lei vuole, io resto fuori delle indagini su Portella. Mi faccio da parte”. Già a poche ore dalla strage c’era chi aveva le idee molto, troppo chiare. Evidentemente era già pronto un colpevole. E quando quella sera stessa il ministro dell’Interno Mario Scelba lesse le due note informative recapitategli sul caso Portella della Ginestra decise che quella dell’ispettore Messana, che indicava in Giuliano il solo autore della strage, era l’unica pista a cui dare credito.
Il 2 maggio 1947 dichiarò infatti di fronte all’Assemblea costituente: “Questo non è un delitto politico, perché nessuna organizzazione politica potrebbe rivendicare a sé la sua manifestazione e la sua organizzazione”. Con questo sorprendente sillogismo il ministro dell’Interno riduceva la strage a un delitto comune.
La seconda informativa che giaceva trascurata sulla sua scrivania, scritta dal maggiore Alfredo Angrisani dei carabinieri di Palermo, esprimeva invece un ben diverso parere: “Confermo che azione terroristica devesi attribuire elementi reazionari in combutta con mafia”.
Con la strage di Portella si inaugurava in Italia la lunga teoria dei misteri di Stato.

Fonte: L’Unità, 1 maggio 2003

Alcuni componenti della banda Giuliano subito dopo la cattura


I DOCUMENITI PROCESSUALI

Quelli che pubblichiamo di seguito sono alcuni documenti processuali relativi alla strage di Portella della Ginestra, raccolti e commentati dallo storico Giuseppe Casarubbea, il massimo esperto in Italia di banditismo siciliano ed in particolare della banda che fece capo a Salvatore Giuliano.
I voluminosi documenti che Casarubbea ci presenta riguardano in buona parte atti utilizzati dall’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo per l’atto di accusa col quale, il 4 settembre 1947, vennero denunciati, quali autori della strage, Salvatore Giuliano e gli uomini della sua banda. 
Ma da quegli stessi documenti emergono piste mai battute dalla magistratura dell’epoca ed in particolare, oltre a strane incongruenze, alcuni personaggi mai inquisiti eppure presenti quel giorno nel luogo da dove partì il massacro.
Seguono importanti verbali del processo che si svolse davanti alla Corte di Assise di Viterbo nel 1951.
PORTELLA DELLA GINESTRA
documenti sulla strage introdotti raccolti e curati da GIUSEPPE CASARRUBEA (1999)

INTRODUZIONE
Vengono qui presentati alcuni documenti sulla strage di Portella della Ginestra che ci è parso utile consegnare all’attenzione dei lettori per un triplice ordine di motivi:
1) si tratta in parte di atti che servirono all’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo per gettare le basi processuali di un decennio e per sorreggere l’atto di accusa col quale, il 4 settembre 1947, vennero denunciati, quali autori di quell’episodio efferato, Salvatore Giuliano e gli uomini della sua banda;
2) fortissimi indizi e dati obiettivi avrebbero potuto orientare le scelte degli inquirenti anche verso altri soggetti che assieme alla banda Giuliano avevano organizzato ed eseguito quel battesimo di fuoco della prima Repubblica;
3) è necessario recuperare, prima che sia troppo tardi, ogni documento, memoria, traccia utili a conservare, per le nuove generazioni, il significato di quella vicenda: un vero “affare” per le classi dominanti di allora e al contempo banco di prova della nascita del ‘doppio Stato’ e del terrorismo eversivo.
Sono stati aggiunti alcuni documenti che riguardano la fase dibattimentale del processo di Viterbo, con le relative dichiarazioni di Gaspare Pisciotta, e alcuni altri atti che testimoniano i particolari sospetti del senatore Giuseppe Montalbano circa i comportamenti tenuti dall’ispettore Messana.
Mafie locali e forze istituzionali emergono – come il lettore potrà ben vedere – come elementi nodali. Sta di fatto tuttavia che esse, sul piano giudiziario, non ebbero rilievo alcuno. Questo spiega anche come molti enigmi siano stati risolti a senso unico, e non vagliando – come sarebbe stato doveroso fare – ogni indizio utile ai fini dell’approfondimento delle indagini.
L’insufficienza e la limitatezza estrema dell’impianto accusatorio che faceva carico a una banda di malfattori, per lo più analfabeti, di aver concepito ed eseguito un progetto eversivo antidemocratico, si strutturano in tempi diversi, secondo una linea dettata già lo stesso giorno della strage, dagli organi di polizia d’intesa col ministero dell’Interno.
Quest’ultimo di quel fatto tragico ebbe a circoscrivere immediatamente la natura localistica. Si tratta di una presa di posizione sbalorditiva dagli effetti ancora oggi poco valutati. Non era pensabile, infatti, che a meno di un giorno di distanza dall’eccidio, il ministro dell’Interno in persona, Mario Scelba, potesse assumere un orientamento capace di condizionare i comportamenti futuri sia degli organi inquirenti, sia anche della Magistratura. Va detto a questo proposito che, anche durante lo svolgimento del processo di Viterbo, gli stessi giudici non poterono fare a meno di esaminare le accuse specificamente formulate, e di lamentare che nei confronti di certi personaggi e fatti emergenti, non si poteva dare luogo a procedere per una specifica mancanza di capi di accusa che solo il pubblico ministero avrebbe potuto formulare.
Evidentemente non poche furono, all’interno dei vari organi inquirenti, le forme di soggezione allo scelbismo onnipresente, con le conseguenti sudditanze della magistratura al potere politico.
Con questo lavoro abbiamo pensato di fornire al lettore, al di là della voce popolare che sin dai giorni successivi alla strage ne attribuiva la responsabilità a proprietari terrieri, mafiosi e politici collusi, una serie di materiali che contraddicono le indagini a senso unico allora condotte, fino agli esiti estremi delle condanne che colpirono esclusivamente i banditi di Montelepre.
Lungi dal difendere questi ultimi, qui, si è voluto semplicemente mostrare alcuni aspetti della trama delle complicità sulle quali, ancora oggi, nonostante le pressioni dei familiari delle vittime, e dei Comuni colpiti, nessuna indagine giudiziaria si è avviata.
Abbiamo aperto la serie dei documenti con la carta geografica dell’area di Portella della Ginestra tracciata dagli inquirenti. Una prova di come la topografia del luogo riferita alle dinamiche della strage raccontate da vari testimoni – le cui dichiarazioni integrali vengono riportate in questa silloge di documenti – abbia costituito uno dei primi elementi non secondari del depistaggio messo da subito in opera.
Il lettore scorgerà un’unica via di fuga degli esecutori materiali della strage: quella che costeggiando il Cozzo Valanca dalla parte dei roccioni del Pelavet consentiva, attraverso l’antica trazzera regia Piana degli Albanesi-Mulino Chiusa (oggi in buona parte non più esistente) di raggiungere la provinciale San Giuseppe Jato-Palermo in corrispondenza delle case Lino. Si tratta di una via in parte ben visibile dall’alto della carreggiabile San Giuseppe Jato-Piana degli Albanesi, agli abitanti di San Cipirello e San Giuseppe Jato che ogni anno si recavano dai loro paesi a Portella della Ginestra per la festa del primo maggio. E’ su questa via di fuga che, dopo la strage, la comitiva di Calogero Caiola che si trovava in contrada Caramoli a circa un chilometro di distanza da Portella, scorge dodici persone armate e degli automezzi che si dirigono verso San Giuseppe Jato: Ugo Bellocci, Calogero Caiola, Angelo Randazzo e Rumore Angelo i quali, recatisi a Portella della Ginestra, si erano appartati ad un chilometro circa dal luogo dove era radunata la folla, assieme alla prostituta Maria Roccia, dichiaravano alla loro volta che dopo l’eccidio avevano visto allontanarsi dal Pelavet dodici armati così divisi: due avanti, seguiti da tre, quindi altri tre e poi due e ancora altri due; tutti individui a loro sconosciuti. Uno di costoro indossava un impermeabile chiaro. […] Avevano successivamente notato nello stradale un’autovettura e un autocarro diretto a San Giuseppe Jato (infra, Sentenza istruttoria).
Anche Salvatore Fusco, uno dei quattro cacciatori presi in ostaggio durante la sparatoria, dirà: “Vennero effettuate tre scariche e poi uno dei malfattori ha avvolto il fucile mitragliatore con una coperta e, seguito da tutti gli altri, si è diretto verso il basso, verso lo stradale che porta a San Giuseppe” (cfr. infra).
La traiettoria dell’avvistamento è segnata dunque dalle testimonianze del gruppo Caiola e confermata dai cacciatori che in quella circostanza rappresentarono una sorta di osservatorio interno al momento in cui la strage si verificava. Senonchè la via è completamente diversa da quella indicata dal contadino Domenico Acquaviva che, a proposito della sparizione del campiere Emanuele Busellini, avvenuta quella stessa mattina del primo maggio, incontra pure lui un gruppo di dodici persone armate: “Nella stessa giornata del 1° maggio 1947 era  misteriosamente scomparso dall’ex feudo Strasatto di Monreale, ove prestava servizio di vigilanza, in qualità di campiere, Busellini Emanuele da Altofonte. Acquaviva Domenico riferiva alla Polizia di avere visto il Busellini, alle ore 13.00 del 1° maggio, in località Presto tra un gruppo di circa dodici armati e contrariamente al suo solito non portava il fucile. Li vide scomparire dietro una collina. La località Presto confina con Portella della Ginestra. Evidentemente quel gruppo di armati, commessa la strage di Portella della Ginestra, aveva sequestrato il Busellini per eliminare un teste a loro carico (Infra, Rapporto giudiziario dei Carabinieri di Altofonte)”.
Stando all’analisi degli interrogatori dei ‘picciotti’, quella mattina sui roccioni del Pelavet dovevano esserci non meno di ventiquattro persone. Gli stessi giudici di Viterbo confermarono che doveva trattarsi di un numero ben maggiore di persone rispetto a quelle che – come vedremo attraverso i documenti – erano state notate dai testimoni occasionali di quel tragico evento. Tutti, concordemente, asserirono di avere notato circa dodici persone: il gruppo di Calogero Caiola, i cacciatori presi sotto sequestro, il contadino Domenico Acquaviva. Erano stati testimoni oculari di ciò che avevano fatto quei banditi durante il momento del sequestro e poi nel frangente della sparatoria; oppure della loro presenza su una via di fuga. Se ne dovrebbe dedurre, come sostennero alcuni difensori degli accusati, che a sparare non potevano essere state più di dodici persone.
Tale ipotesi in sede processuale fu smontata dai giudici. Essi dimostrarono che molti ‘picciotti’ parteciparono a vario titolo: per fare carriera, per la promessa di denaro, per la paura. Ora a parte il fatto che mai nessuna indagine fu sviluppata per venire a conoscenza di tutte quelle figure sospette che molti testimoni dichiaravano di avere visto nell’area di Portella durante la strage, è singolare il modo in cui vengono trattati i cosiddetti ‘picciotti’. Essi servono prima per incastrare la banda Giuliano, dopo per togliersi fuori dall’impiccio.
I giudici palermitani furono propensi a sostenere che essi erano stati allettati dagli aspetti mercenari dell’ ‘affare’ e pertanto li rinviarono a giudizio; a Viterbo i loro colleghi la pensarono diversamente. Ritennero che fosse stata la paura la molla che aveva spinto la teppaglia che si muoveva attorno a Giuliano a imbracciare le armi e pertanto i ‘picciotti’ furono assolti per avere agito contro la loro libera volontà.
A prescindere dalla funzione dei ‘picciotti’ nella strage del 1° maggio e in quella del successivo 22 giugno, sta di fatto che senza le loro dichiarazioni puntuali e circostanziate contro i banditi di Montelepre, loro compaesani, sarebbe stato difficile, per non dire impossibile, costruire un rapporto giudiziario che inchiodava alle sue responsabilità l’intera banda di Salvatore Giuliano.
Il fatto preoccupante è che l’intera sequenza delle confessioni, e delle autodenunce, prende lo spunto da Salvatore Ferreri, bandito-confidente al servizio dell’ispettore Messana e dalla soffiata che due altri confidenti a lui legati (i fratelli Pianello) ebbero a fare al colonnello dei carabinieri Giacinto Paolantonio.
Essi dettarono un nome, quello di Francesco Gaglio, inteso ‘Reversino’, come punto di rottura che consentiva alle forze dell’ordine di seguire unicamente la pista delle responsabilità del banditismo in quelle vicende stragiste. Questi dati, di per sé sospetti, vengono confermati come tali anche rispetto alle testimonianze che vengono riportate in queste pagine.
Si consideri, ad esempio, il fatto che dopo l’eccidio del 1° maggio diversi testimoni vedono in luoghi diversi e in orari diversi due distinte squadre di individui armati: percorrono strade diverse e sono diretti verso destinazioni diverse. Una è avvistata dalla comitiva di Calogero Caiola sulla strada che costeggia il Cozzo Valaca e conduce allo stradale San Giuseppe Jato-Palermo; l’altra dal contadino Acquaviva in contrada Presto, cioè dalla parte opposta, verso Altofonte. Prima ancora che fosse redatto l’atto di accusa contro Giuliano e gli uomini della sua banda, gli inquirenti non si chiesero se per caso quest’ultimo gruppo di persone potevano rappresentare uno squadrone della morte diverso da quello che aveva imboccato la strada a valle.
La loro via di fuga non risulta segnata sulla carta topografica elaborata dagli inquirenti. Essi non si posero neanche il problema di sapere i motivi per cui, al ritorno, Giuliano stabilì di fare una divisione matematica del gruppo di fuoco che quella mattina era stato presente sui roccioni del Pelavet.
Le diverse circostanze, se raffrontate con le accuse ufficiali, inducono a riflettere e non sono così chiare come appaiono a prima vista ai carabinieri di Altofonte. La località Presto fa parte del feudo Strasatto dove il Busellini esercitava il mestiere di campiere al servizio di una molteplicità di piccoli e medi proprietari, soprattutto di Altofonte. E’ un luogo di passaggio da questo comune del palermitano a Portella della Ginestra. Per arrivare da quel punto a Portella bisogna risalire lungo i versanti accidentati che costeggiano il Cozzo di Fratantoni e la Serra del Frassino da un lato e la Pizzuta dall’altro, per degradare verso i costoni del Maia e Pelavet seguendo l’antica trazzera della Scala della Targia che si imbocca in contrada Giacalone. Quest’ultimo è un luogo famigerato: a Viterbo ne parlò ampiamente Gaspare Pisciotta che era abituale ospite della famiglia mafiosa dei Miceli di Monreale che lì amministravano i beni del cavalier Maio e del barone Gramignani e tenevano una masseria in contrada Fontana Fredda. Ne parlarono anche alcuni testimoni che dichiararono che, prima dell’alba del 1° maggio, quello era il luogo dove si sarebbe dovuta recare la squadra di Antonino Terranova, lo specialista dei sequestri di persona. Lo Strasatto si trova, dunque, sul versante opposto a quello della Ginestra, essendo separato da questo dai rilievi che abbiamo menzionato.
Ora la domanda che sorge spontanea è questa: cosa ci stavano a fare, intorno alle ore 13, undici banditi oltre al Busellini, ormai sotto sequestro, in contrada Presto? Sono essi lo stesso gruppo che, intorno alle ore 11, era stato visto percorrere una strada completamente diversa, diretto in direzione opposta? Si potrebbe supporre che lo stesso gruppo avvistato da Caiola e compagni a ridosso del Cozzo Valanca, e capeggiato da Giuliano stando alla presenza dell’uomo con l’impermeabile bianco, giunto al bivio della Figurella in località del Frassino, anziché scendere verso il basso e dirigersi a San Giuseppe Jato, abbia preferito proseguire incrociando la strada San Giuseppe-Palermo, girando poi a destra verso il feudo Strasatto.
C’è da ritenere che in questa circostanza la direzione di marcia dei fuggitivi dovesse essere verso Palermo e non già verso Montelepre. La presenza di due gruppi, composti da un uguale numero di persone, registrata da osservatori diversi, sollecita alcuni interrogativi. La logica vuole che una persona che imbocca una strada per raggiungere una località non cambia poi parere per seguirne un’altra. E’ impensabile che, dopo una strage di quelle proporzioni, i materiali esecutori se ne vadano in giro seguendo strade molto frequentate, specie in un giorno che per consuetudine i contadini avevano ripreso a festeggiare nelle campagne. Inoltre, si tenga conto del fatto che, essendo ultimati gli spari certamente non dopo le 10,30, alle 13 i banditi dovevano essere ben lontani da tutta quella zona, e molti di loro dovevano essere già vicini alle loro case, o nei luoghi dove potevano essersi dati degli appuntamenti. Del resto i ‘picciotti’ di Giuliano che dichiararono di aver partecipato a vario titolo alla strage ammisero tutti che, compiuto il misfatto, se ne tornarono tranquillamente nelle loro case di Montelepre, seguendo la via che avevano percorso la notte precedente e che essi stessi indicarono in un tragitto che è ben definito nella sua prima parte, è molto sfumato nella seconda.
La prima parte si può seguire anche sulle carte topografiche 1:50.000 lungo la linea masseria dei Cippi- piano dell’Occhio- Portella Renne- Portella Bianca- Ponte di Sagana-; la seconda dovrebbe continuare con la strada statale Borgetto-Pioppo dal Ponte di Sagana a Giacalone- per continuare attraverso la masseria dei Miceli- lungo la Scala della Targia- fino al Pelavet.
Ma di questo specifico tratto non fa riferimento nessuno: ammetterlo avrebbe significato l’implicita dichiarazione che la mafia era coinvolta nell’operazione. Fa eccezione, come adesso vedremo, ‘Reversino’ che fu il primo a parlare e forse per questo ebbe meno tempo degli altri per riflettere. In diverse dichiarazioni il luogo è scartato e la pista che sembrano aver seguito i fuggitivi dopo il loro barbaro delitto è quella della trazzera che congiunge il Cozzo Valanca con lo stradale bitumato di San Giuseppe Jato, e da qui si va a immettere alla Cannavera, da dove i banditi si sarebbero congiunti al Ponte di Sagana.
Ora, per quanto le testimonianze – come il lettore potrà vedere – deponevano tutte sulla presenza di soli dodici persone armate nelle diverse postazioni al momento degli spari, non si può negare il fatto che in realtà, al momento della fuga, esse risultino ventiquattro: dodici che imboccano la trazzera verso San Giuseppe e altre 11-12 che si avviano invece dalla parte opposta che guarda verso lo Strasatto.
Stando ai primi interrogatori succedutisi dopo l’arresto di Francesco Gaglio, inteso ‘Reversino’, di fatto sul Pelavet dovevano esserci non meno di ventiquattro persone.
Per ragioni di spazio non ci è stato possibile riportare nel presente volume le dichiarazioni rese dai ‘picciotti’ (da non confondere con i grandi latitanti della banda) durante gli interrogatori della polizia giudiziaria dell’estate del ’47. Ma da una sintetica esposizione delle loro affermazioni si può desumere la centralità del problema.
‘Reversino’disse: “…mi diressi verso il sottostante stradale che conduce in contrada Giacalone, poi imboccai lo stradale di Borgetto e giunto al ponte Sagana, attraverso la contrada omonima, raggiunsi l’abitato di Montelepre.”1.
Ma ascoltiamo qualche altro:
Domenico Pretti: “…Giuliano ordinò di ripiegare verso il versante opposto della collina. […] Quindi assieme al Sapienza Vincenzo mi distaccai dal gruppo dei nostri compagni di delitto e, attraverso le campagne e lo stradale di San Giuseppe Jato e Partinico, raggiungemmo Montelepre verso le ore 21”2.
Francesco Tinervia: “Non appena cessò il fuoco il Russo mi ordinò di seguirlo e, a passi svelti prendemmo la stessa strada per dove eravamo colà pervenuti, scendendo verso una valle, attraversammo quindi uno stradale cilindrato e poi iniziammo l’ascesa della montagna che si trova alla parte opposta allo stradale stesso. Pochi istanti dopo ci raggiunsero un buon numero degli altri compagni, tra cui ricordo Giuliano
Salvatore, il Terranova Antonino, il Candela Rosario, il Pisciotta Francesco, lo sconosciuto amico di Giuliano, il Pisciotta Gaspare, inteso ‘Chiaravalle’, il Taormina Angelo e il Passatempo Francesco, mentre qualche altro che non ricordo, seguiva a breve distanza.”.3

1 Cfr.Processo Verbale di interrogatorio di Gaglio Francesco di Vincenzo e di Pizzo Giuseppa, nato a Montelepre il 2 dicembre 1919, ivi residente, via Genovese,n.8, pastore, inteso ‘Reversino’, in Ispettorato Generale di P.S. per la Sicilia. Nucleo Mobile Carabinieri di Palermo, Rapporto giudiziario circa le ulteriori indagini in merito alla strage di contrada Portella Ginestra ed alle aggressioni, seguite pure da strage, alle sedi dei partiti socialcomunisti in provincia di Palermo, n° 37 del 4 settembre 1947, in AGCA, processo 13/50 Registro generale della Corte di Assise di Viterbo, cartella n°3, vol. I; ora in Commissione parlamentare diInchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre Associazioni criminali similari, Pubblicazione degli atti riferibili alla strage di Portella della Ginestra deliberata dalla Commissione nella seduta del 28 aprile 1998, doc. XXIII, n°6, ( da ora CPIM ), parte quarta, p. 390.
2 Cfr. ibidem, p. 398.
3 Cfr. Ibidem, p. 404.

Giuseppe Sapienza di Tommaso: “Anziché rientrare a Montelepre, io dopo avere raggiunto il sottostante stradale di San Giuseppe Jato, che riconobbi perché in quell’epoca lavoravo alla dipendenza di certo Di Lorenzo, abitante in quel comune, passando al largo di quell’abitato mi diressi nella contrada Tornamilla, precisamente nel caseggiato del predetto Di Lorenzo, ove trovai mia moglie con la sua famiglia, rimanendo colà a lavorare sino alla vigilia della festa di S. Antonio che si celebra a Montelepre verso la metà del mese di giugno di ogni anno”.4
Vincenzo Sapienza di Tommaso: “Assieme al Pretti, attraverso una trazzera, giunsi sullo stradale di San Giuseppe Jato e seguendo lo stesso proseguimmo verso Partinico. Qui io acquistai del pane e del formaggio che assieme al Pretti mangiai lungo la strada per Montelepre, dove arrivammo all’imbrunire”.5
Antonino Buffa: “…scendemmo verso valle, dalla parte opposta da dove avevamo sparato, attraversammo nuovamente lo stradale di San Giuseppe Jato, risalimmo la montagna e giungemmo a ponte Sagana e precisamente nei pressi della cappelletta […] proseguii la mia strada verso Montelepre, percorrendo la trazzera Sagana, Costa Stinco e Bonagrazia, giungendo a casa di pomeriggio”.6
Buffa ci spiega inoltre di avere visto nel percorso notturno di andata, sulla sua destra, l’abitato di San Giuseppe Jato illuminato. Il particolare è significativo in quanto lascia spazio all’ipotesi che il tragitto notturno seguito, sia stato quello di Giacalone-Scala della Targia. Da quest’ultimo luogo infatti si intravede sulla destra il comune di San Giuseppe Jato.
Ma ascoltiamo altri interrogatori.
Terranova Antonino l’Americano: “Sempre in compagnia del Pisciotta Francesco e del Mannino Frank intrapresi la via del ritorno, altrepassato, quindi, uno stradale cilindrato che, dimenticavo dirlo, avevo attraversato pure nel viaggio di andata, salendo sopra un’alta montagna, giunsi presso la cappella del ponte Sagana. Quivi ci fermammo un po’ e, dopo circa un’ora, ci raggiunsero il Giuliano Salvatore, il di costui cognato [ndc: Pasquale Sciortino inteso ‘Pino’], i fratelli Passatempo Salvatore e Giuseppe ed altri amici che non ricordo. […] Rammento che arrivai a casa verso le ore 15.”7

4 Cfr. ibidem, p 410.
5 Cfr. ibidem, p. 415.
6 Cfr. ibidem, p. 425.
7 Cfr. ibidem, p. 433.

Giuseppe Tinervia inteso ‘Bastardone’: “…Giuliano ci ordinò di ripiegare percorrendo la stessa strada da dove eravamo venuti e dirigerci verso il ponte Sagana, mentre egli assieme al Passatempo Salvatore, al Pisciotta Gaspare, al Pisciotta Francesco, al Mannino Frank, al Terranova Antonino [ndc: ‘Cacaova’], al Russo Angelo e ad altri due o tre che non ricordo, conducendo con lui la mula dove erano legate delle armi, si allontanarono per conto loro, però sempre nella stessa direzione. Io, in compagnia del Passatempo Giuseppe, del Taormina e non ricordo con chi altro, scesi verso la valle opposta quella dov’era stata fatta la sparatoria, attraversai lo stradale bitumato che da San Giuseppe Jato va verso Palermo e, attraverso la montagna di fronte, giunsi a ponte Sagana, dove, nei pressi della cappella sacra, trovammo il Giuliano assieme al Pisciotta Francesco e ad altri suoi compagni con i quali era partito dalla contrada Portella della Ginestra e che ci avevano preceduti. […] Da solo proseguii per Montelepre dove giunsi verso la sera, perché, passando dalla contrada ‘Sassani’ mi soffermai alcune ore a lavorare nel fondo di mio padre coltivato a grano, lasciando tutti gli altri assieme al Giuliano.”8
Gioacchino Musso: “…Giuliano diede ordine di ripiegare in direzione della stessa strada da dove eravamo venuti”.9
Giuseppe Cristiano: “Giuliano diede allora ordine di ripiegare nella stessa direzione da dove eravamo venuti. In compagnia del Pisciotta Francesco intrapresi così la via del ritorno”.10
Giovanni Russo inteso ‘Marano’: “Terminata la sparatoria anche noi ci sbandammo e a passi svelti, predemmo la via del ritorno. Io mi allontanai assieme ai banditi Terranova Antonino e Pisciotta Francesco seguiti e preceduti a poca distanza da diversi altri. Percorremmo sempre vie di campagna ed in circa tre ore giungemmo al ponte Sagana”.11
Risulta chiaro da queste testimonianze che dopo la strage chi non aveva altro da fare poteva essere nei pressi di casa intorno alle due, assumendo come destinazione Montelepre; le vie di ritorno furono sostanzialmente due: la prima ripiegava verso lo Strasatto-Giacalone per ricongiungersi al ponte Sagana attraverso la Cannavera; l’altra scendeva a valle costeggiando il Cozzo Valanca fino alle case Lino per riannodarsi poi alla Cannavera e da qui al ponte Sagana. Ma, nonostante l’ordine di Giuliano, non tutti fanno la stessa strada. Domenico Pretti e Vincenzo Sapienza, dopo avere percorso un tratto in comune con gli altri membri della banda, arrivano a Montelepre attraverso Partinico,
Giuseppe Sapienza preferisce tornarsene nella proprietà del latifondista Di Lorenzo, dove non si sa perché c’è ad attenderlo sua moglie. In ogni caso chi aveva imboccato la strada per San Giuseppe dirigendosi verso le case Lino, non poteva aver fatto la stessa strada che avevano percorso i dodici individui notati dal contadino Domenico Acquaviva in contrada Presto.
Distanze e tempi di percorrenza furono spiegati ai giudici dal maresciallo Giuseppe Calandra: “Da Portella della Ginestra può, a piedi, percorrendo un viottolo in discesa, pervenirsi alla strada nazionale San Giuseppe Jato-Palermo e precisamente nella località ove sono le case ‘Lino’. Da questo punto si può in auto, percorrendo lo stradale che attraversa Pioppo e Monreale, pervenire a Palermo in circa quaranta minuti, tenendo una velocità regolare. Da Portella alle case ‘Lino’ vi è una distanza che può percorrersi a piedi in circa trenta minuti”12.
Dunque, se alle ore 10,30 la sparatoria è finita e alle undici i criminali potevano aver raggiunto lo stradale per Palermo, o per San Giuseppe Jato, cosa stavano a farci in contrada Strasatto ben due ore dopo, quelle undici persone che avevano preso sotto sequestro il Busellini?
La risposta al problema sollevato, e cioè dell’avvistamento in due luoghi completamente diversi di 11-12 persone armate ce la dà il cadavere dello stesso campiere che fu trovato morto il 22 giugno 1947 (altro giorno di stragi e di assalti alle Camere del Lavoro di diversi comuni del palermitano) in una foiba profonda 80 metri, del Cozzo Busino, a oltre mille metri di altezza, ai confini della contrada Cannavera. Il dato singolare è che stando agli interrogatori, la squadra di Giuliano di cui fa parte uno “sconosciuto” di cui parla Francesco Tinervia, pur facendo un percorso più lungo per ricongiungersi all’altro gruppo sulla Cannavera, arriva con un ritardo ragionevole che non spiegherebbe il tempo che avrebbe dovuto impiegare per recarsi al Cozzo Busino, uccidere qui il campiere Busellini e andarsi a ricongiungere poi alla Cannavera col gruppo dei ‘picciotti’ che avevano fatto altra strada. Tanto più che i tempi non corrispondono. Lo stesso Tinervia dirà che la squadra di Giuliano raggiunse il gruppo di ritorno di cui egli faceva parte “pochi istanti dopo” e Terranova l’Americano che egli arrivò a casa alle ore 15. E’ probabile che questo compito sia stato assunto da altri, e precisamente da Salvatore Ferreri alias ‘Fra Diavolo e cioè dal capo dello squadrone ‘coperto’. Sulla sua responsabilità nell’uccisione di Busellini l’accusa di Terranova fu precisa. La puntuale dichiarazione di ‘Cacaova’che egli, al momento del suo interrogatorio, ritenendo che fosse ancora operante in Sicilia l’Ispettorato di PS, non fece i nomi dei mandanti per il timore che avrebbe fatto la stessa fine di Ferreri, la dice lunga in proposito. Con ciò, evidentemente, indicava nell’Ispettorato il mandante di questo delitto. E Pisciotta aggiungerà: “i Pianello e Ferreri furono uccisi perchè non facessero i nomi dei mandanti”13.

8 Cfr. ibidem, pp. 438-439.
9 Cfr. ibidem, p. 449
10 Cfr. ibidem, p.456.
11 Cfr. ibidem, p. 461.
12 Cfr: Archivio Generale della Corte di Appello di Roma, Città Giudiziaria, Piazzale Clodio processo 13/50, Carte di Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione (AGCA, TPUI), Esame di testimonio senza giuramento, teste Giuseppe Calandra, maresciallo dei CC., 4 aprile 1950, cartella n. 3, vol. T., ff. 73 e retro.
13 Cfr. AGCA, Corte di Assise di Viterbo (CAV), dibattimento del 2 agosto ‘51, vol. V, n. 6, f. 730 retro, e 732.

Anche presso la seconda Corte di appello di Roma, i giudici non poterono fare a meno di ammettere, per inciso (poche affermazioni su una sentenza di quasi mille pagine), che era la mafia a tenere in pugno le sorti della banda, “sostenendola ed animandola”14.
La contrada Presto, come Giacalone, il pianoro di Portella rientrano nel dominio territoriale dei Miceli. Costoro in quel momento proteggevano Giuliano o coprivano altri? La sovraesposizione del primo, figura molto appariscente, scenografica e quasi onnipresente, ci dice che la mafia, al momento della strage, aveva già compiuto la scelta decisiva di giocarsi Giuliano in cambio di qualcos’altro. Si spiega così il motivo per cui viene ucciso Busellini, a differenza dei quattro cacciatori ai quali Giuliano aveva fatta salva la vita: era stato non testimone della strage ma dell’esistenza di un gruppo ‘coperto’ che attraversando i territori controllati dai mafiosi che in quel momento gestivano il caso Giuliano, avrebbe potuto fornire particolari compromettenti sulle persone che lo componevano e sulla funzione che esse avevano avuto in tutta l’operazione. Tra queste sicuramente c’era il confidente dell’ispettore Messana, Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo; c’erano anche i confidenti del tenente colonnello Giacinto Paolantonio: i fratelli Giuseppe e Fedele Pianello. La versione ufficiale dell’uccisione del campiere fu invece un’altra. Gli fu trovato addosso un biglietto del 2 aprile ’47 col quale un carabiniere lo invitava ad andare in caserma. Il dato avrebbe confermato lo stato di confidente della vittima. Ma è ben strano che un campiere scaltrito se ne vada in giro per quasi un mese con un biglietto compromettente come quello. E poi che motivo aveva di portarsi dietro quell’arma contro di lui, se già era passato un mese dall’appuntamento richiesto?
Dunque come in un gioco di scatole cinesi vediamo ora meglio le diverse funzioni dei gruppi nella fase del rientro. Il primo doveva servire a incastrare Giuliano, il secondo all’ulterirore dispiegarsi della manovra eversiva che doveva essere condotta a termine con gli assalti alle Camere del Lavoro e sedi socialcomuniste il 22 giugno di quell’anno. I grandi controllori del territorio restano fuori, ai magini, come fantasmi incombenti. Ma come si vede c’era anche un gruppo ‘coperto’ meno esposto e sicuro delle protezioni.
In tutta la vicenda stragista di maggio-giugno, una posizione difficile da chiarire è quella di Gaspare Pisciotta, il luogotenente di Giuliano. In suo favore basti il dato che egli in dibattimento fa nomi e cognomi dei mandanti e dei reali esecutori della strage: accusa il gruppo Ferreri, Licari, Madonia e i Pecoraro, questi ultimi esponenti della mafia monrealese, come Remo Corrao e Gaetano Pantuso gravitanti nell’orbita del clan dei Miceli. Tutti personaggi profondamente coinvolti con la banda Giuliano, presenti nei traffici d’armi che si sviluppano nei mesi precedenti la strage del 1° maggio, e tutti processualmente inesistenti come imputati, o assolti a diverso titolo. I casi più vistosi sono quelli di Ferreri e dei Pianello. Essi, nonostante siano dichiarati presenti nell’organizzazione ed esecuzione delle stragi dagli stessi giudici, non figurano neanche nel rapporto giudiziario. Faranno tutti una fine cruenta e disumana.

14 Cfr. ivi, II Corte di Appello di Roma, Sentenza, cit., vol. 3°, f. 369, e f. 571.

Avevano creduto non solo alle promesse ma all’autorità di quello Stato che essi avevano visto nelle figure di ispettori, colonnelli e uomini politici. Si erano fidati a tal punto da condividere con loro incontri, giorni, conversazioni, banchetti e passeggiate; avevano avuto salvacondotti e false carte di identità, finchè, cessata la loro funzione, non vennero tutti eliminati. Senza eccezione alcuna.
Pisciotta viene ucciso, tuttavia, non tanto per le dichiarazioni che aveva fatto in aula, quanto per ciò che avrebbe potuto svelare e che non aveva ancora detto. E’ certo che egli, dopo l’eliminazione di Ferreri e dell’intero gruppo che con lui si accompagnava la notte del 26 giugno 1947, rappresenta con Santo Fleres di Partinico, il principale confidente delle forze dell’ordine. C’è da chiedersi, dunque, di quali segreti potesse essere depositario Pisciotta, visto e considerato che quello che egli ha da dire lo dichiara già nel 1951 e che altri prima di lui avevano fatto analoghe dichiarazioni (è il caso della vicenda di Gaetano Palazzolo di cui abbiamo parlato in altra sede).
Pisciotta, ancora di più di Giuliano, è una delle figure più misteriose e singolari che costellano gli oscuri scenari della strage. Viene collocato all’esterno della scenografia. Le versioni ufficiali, autorevoli e rappresentative agli alti vertici delle forze dell’ordine, lo tutelano e proteggono. Analoga protezione avevano esercitato nei confrornti della squadra di Ferreri fino alla tragica liquidazione di questa. Pisciotta segue da vicino ispettori di polizia come Ciro Verdiani e mafiosi di spicco come Ignazio e Nino Miceli; è amico dei Marotta di Castelvetrano e del capitano dei carabinieri Antonio Perenze che lo ospita a casa sua a Palermo e se lo porta in giro a fare le spese. Lo sovrasta la protezione e la tutela di Ettore Messana, ispettore generale di Ps in Sicilia prima di Verdiani, e del colonnello dei carabinieri Ugo Luca.
Stando alle testimonianze rese durante gli interrogatori che si trovano allegati al rapporto di denuncia, i protetti dalle forze dell’ordine sembrano non esistere a fronte di un cliché che si ripete seguendo uno schema prestabilito. Si parte dalla riunione di Cippi, la vigilia del 1°maggio; si segue il percorso di avvicinamento a Portella durante la notte fino all’arrivo dei tiratori sui roccioni del Pelavet. Si passano poi in rassegna le varie presenze nelle diverse postazioni di tiro. Tutti i ‘picciotti’ usano lo stesso stile linguistico, come se le loro affermazioni uscissero da una sola bocca e da una sola mente. Alcuni non hanno neppure 18 anni. Sono tutti pastori analfabeti o contadini, o calzolai. Non c’è Fra Diavolo, non ci sono i Pianello e tutti gli altri che la cordata di Gaspare Pisciotta accuserà come i reali esecutori della strage. C’è il capobanda nel quale sembrano convergere i filoni palesi e occulti dell’assalto di Portella.
Come il lettore potrà constatare dall’insieme dei documenti riguardanti le testimonianze di coloro che assistettero impotenti alla strage -comuni cittadini, familiari delle vittime, e persino le forze dell’ordine- gli schemi delle versioni ufficiali sono palesemente contraddetti dall’imponenza delle dichiarazioni obiettive. Nessuna madre avrebbe, ad esempio, esposto il proprio figlio alle rappresaglie dichiarando al giudice che lì sul posto c’erano i mafiosi a far da ‘controllori’ del territorio e dell’ ‘affare’ che si stava realizzando; nessun segretario di partito o di Camera del Lavoro avrebbe dichiarato l’implicito coinvolgimento delle mafie locali, se ciò non fosse risultato da fatti obiettivi e premonitori già denunciati. Mai si sono visti nella storia della Sicilia tanti testimoni denunciare apertamente i clan mafiosi del loro paese, con uno slancio e una fiducia nello Stato inimmaginabili per quei tempi. Di converso mai lo Stato, di fronte a una vicenda così tragica quanto decisiva per le sorti future della nostra Repubblica, si dimostrò completamente ostile verso le vittime e verso ciò che esse rappresentavano: baluardi della lotta per la nascente democrazia; punti di aggregazione e di riscossa contro la tirannia delle mafie e il servilismo feudale. Non deve meravigliare perciò  l’affermazione che l’omertà non è mai stata una caratteristica del popolo siciliano, bensì un prodotto specifico dell’inerzia dello Stato, il risultato della sua assenza o della sua condizione d’apparato al servizio di un potere oligarchico e sensibile alle influenze esterne. Perché sicuramente, come traspare da alcuni documenti e da analisi condotte in altra sede e richiamate in nota alla presente introduzione, non furono estranei alla vicenda alcuni nuclei eversivi che si legavano al terrorismo neofascista, con cui Giuliano era in combutta. Ma mai nessuna indagine fu avviata per saperne di più di quel Fronte antibolscevico nella cui sede palermitana erano stati trovati dei manifestini identici a quelli lanciati a Partinico e Carini durante gli assalti del 22 giugno ’47; come mai nessuna indagine fu avviata per capire come e quanto i servizi segreti americani avessero potuto giocare la loro partita decisiva in quel momento nodale della nostra storia. Al processo di Viterbo la condotta di Pisciotta, esponente di punta dei giochi sotterranei intessuti da Ettore Messana prima e da Ciro Verdiani dopo, nonchè da alti ufficiali delle forze dell’ordine, lasciò trasparire alcune piste d’indagine che nessuno prese in considerazione. Ad esempio non si indagò sulla posizione di Francesco Alliata il cui nome ricorre nelle vicende della massomeria italiana, o di Giovanni Genovese che a Portella era di casa per via degli animali che egli teneva a pascolo da quelle parti e sul senso dei legami che lo univano direttamente alla democrazia cristiana di Salvatore Aldisio.
Poco o nulla si venne a sapere sui motivi per cui lo stesso ‘Gasparino’ fu lasciato in libera circolazione con documenti falsi per oltre tre anni dopo la strage di Portella, e nei mesi successivi alla stessa morte di Giuliano. Si spiega invece bene il motivo per cui Pisciotta sia riuscito a vivere per oltre tre anni dopo il suo arresto avvenuto nel dicembre del 1950.
A Viterbo ebbe a dichiarare di essere in possesso anche lui di un memoriale, e Antonino Terranova inteso ‘Cacaova’, suo braccio destro, ebbe a puntualizzare che quel momoriale constava di ben quattordici quaderni manoscritti. Sappiamo adesso, dalle carte desecretate dalla Commissione Antimafia, il contenuto esatto dei quaderni, con relativo indice dei capitoli. Non si tratta dei quaderni autografi di Pisciotta, ma di un memoriale redatto da un certo Gian Vittorio Mastari, laureato in legge, di 35 anni. Questi, essendo stato un compagno di cella del luogotenente di Giuliano, avrebbe compilato il memoriale fondandolo su “una lunga serie di conversazioni”. Questo prezioso documento, dunque, se esiste, va tenuto distinto dal vero e proprio memoriale di Pisciotta di cui è certa l’esistenza in quanto l’affermarono lo stesso autore e gli uomini della sua squadra. I quaderni furono visti e forse letti dai redattori palermitani dell’Unità che lo ebbero per le mani e lo restituirono a Pietro Pisciotta, il fratello di Gaspare che avrebbe chiesto come contropartita un compenso in denaro. Si tratta di un punto ancora poco chiaro che, in ogni caso, va tenuto distinto dalla vicenda che seguì il memoriale Pisciotta-Mastari. In quest’ultimo caso la certezza dell’esistenza del documento è attestata da una lettera che il vicedirettore del quotidiano romano Paese Sera, Fausto Coen, inviava a Girolamo Li Causi il 25 luglio del 1954 all’indirizzo della Camera dei Deputati. In questa lettera Coen informava Li Causi che un certo Remo Iannotti, ex compagno di cella del Mastari, tornato in libertà a seguito di amnistia nella sua casa romana di Piazza Costaguti, 14, si era recato alla redazione di ‘Paese Sera’, proponendo l’acquisto del memoriale. Coen chiedeva un giudizio sulla proposta che gli “consentisse di stabilire una linea di condotta”, e a tale proposito riportava l’indice dell’opera. Non vi erano argomenti di poco conto: vi si parlava dei viaggi a Roma di Pisciotta, e di un “luogo di appuntamento col ministro Scelba”, del suo incontro con quest’ultimo e dei motivi per cui si era preferito evitare l’appuntamento al ministero dell’Interno; dei rapporti di amicizia col principe Alliata e dell’amicizia di Giuliano con l’on. Margherita Bontade e del cardinale Ruffini con Pisciotta.
Vi si riferiva inoltre dei documenti che “comprovano la verità”, “di quattro assassinati occultati con l’aiuto dell’Autorità”, dei “colpevoli di Portella”, degli “ordini della mafia per celare la verità”, delle promesse di Scelba e delle accuse dirette a quest’ultimo, dell’inesistente riunione di Cippi [ndc: punto forte del rapporto giudiziario sulla strage e della pubblica accusa in dibattimento].
Che non si trattasse di cose campate in aria è dimostrato da altri due capitoli disvelatori: ‘Se vado all’Ucciardone mi uccidono’ e ‘ ‘La beffa dell’assegno della Banca Morgan’. Doverlo uccidere dovette apparire come un rimedio estremo. In precedenza c’erano stati tentativi di ridurlo a miglior consiglio per le vie, diciamo così, diplomatiche. Se ne era occupato l’onorevole democristiano Ivo Coccia, sul cui conto al casellario giudiziario della pretura di Roma, risultavano, tra il ‘27 e il ‘42, lesioni, calunnie, appropriazioni indebite, falsi e truffe. Per questa vicenda il nome di Coccia si lega, all’opposto, a quello di Giovanni Polacco, che dopo anni di galera e di confino, sotto il fascismo, aveva cominciato la lotta partigiana a Roma, a capo della famosa “banda Morelli”. Ebbene il Polacco, condannato a 13 anni di reclusione per l’uccisione di un ufficiale carrista, avvenuta il 15 giugno 1944, durante un’operazione per arrestare il console Massa, comandante della famigerata ‘Caserma Mussolini’, ebbe fatta, ed accettò, la proposta di avvicinare Pisciotta, per “esercitare [su di lui] le pressioni necessarie e indurlo a dichiarare in pubblica udienza che le accuse contro personalità del governo gli erano state suggerite. Se fosse riuscito nell’intento il suo compito sarebbe stato esaurito”. Ne
era latore, appunto, il Coccia, suo avvocato difensore, il quale gli si presentò il 18 aprile 1951, nella casa penale di Soriano, nel Cimino (Viterbo) e gli disse che se l’impresa fosse andata in porto avrebbe ottenuto la scarcerazione (“proprio questa mattina -spiegò- ho parlato a lungo col ministro che mi ha assicurato che ti renderà immediatamente giustizia”). Accettata la proposta, il 2 maggio del ‘51, Polacco fu aggregato, come previsto, al carcere di Viterbo, su disposizione del ministero e trasferito alla sezione osservazione. Questa – scrive Polacco – “era posta nel lato adibito a carcere giudiziario e l’ambiente consisteva in una stanza munita di alcuni letti, ma completamente disabitata quando vi fui assegnato. Oltre l’ingresso regolare -spiega megliov’eraun passaggio interno composto da uno stretto e corto corridoio che dava in un’altra camera, quella abitata dal Pisciotta, alla quale potevasi adire mediante altra porta sita all’esterno. Eravamo così separati, ma virtualmente a contatto” .
Il tentativo di Polacco, però, non riesce perchè ‘Gasparino’ si dimostra intransigente contro Scelba dopo averlo incontrato personalmente prima di dare ascolto alle lusinghe di poliziotti e carabinieri15.
Il carcere di Viterbo è teatro di grandi manovre. Per quanto Pisciotta sia tenuto isolato, non mancano le occasioni di incontrarlo, o di avere con lui dei contatti. I fratelli Genovese, ad esempio, si servirono del detenuto addetto all’infermeria dei tubercolotici, Pasquale Pellegrini e gli fecero sapere che volevano parlargli. Si combinò un incontro veloce, quasi fortuito (“Genovesi parlò viso a viso con Pisciotta”). Avevano interesse che stesse zitto e, quando furono certi della sua ostinazione a dire quanto sapeva, ricorsero ad altre vie più persuasive. “Prepararono -dice Pisciotta ai giudici- dei pugnaletti con del ferro tolto dalle brande” e organizzarono, in tal modo, la sua eliminazione. Che l’affermazione sia frutto di fantasia è improbabile, perchè nella vicenda vi sono dei testimoni. Uno è il Pellegrini. Il 19 aprile del ‘51, si trovava nel cortile del passeggio, quando scorse un pugnale costruito con un pezzo di branda. Strumenti atti ad offendere se ne erano trovati spesso in quel carcere, ma mai della rilevanza di quello. Il cambio di turno per l’ora d’aria era avvenuto da poco, e a precederlo erano stati proprio i componenti la camerata dei fratelli Genovese, la numero 14, e altri imputati nello stesso processo. Conosceva o intuiva i retroscena e avvertì il pericolo. Avvisò il comandante degli agenti di custodia, Giuseppe Carvone e intanto si diede da fare. L’indomani, procedendo a perquisizione, scoprì nel pagliericcio di Giuseppe Sapienza di Francesco, un altro pezzo di ferro “ridotto a forma di trincetto”, e nella camera numero 13 “un arnese simile ben celato”. Si dovette provvedere a piantonare l’accesso alla camera di ‘Gasparino’, notte e giorno, tanto più che essa si affacciava nello stesso corridoio nel quale davano le camere 13 e 14. Altro testimone è Oreste Piconi, scopino della seconda sezione che comprendeva quelle camere, uno che viveva arrangiandosi e, quando gli capitava, rendeva qualche piccolo servigio ai reclusi. Alcuni giorni dopo l’episodio raccontato dal Pellegrini, ebbe affidato l’incarico di lavare un paio di pantaloni di Giuseppe Genovese. Nelle tasche c’era un biglietto che il Piconi asseriva di avere letto e gettato via. Il Genovese -che egli indica come la persona che ebbe a fargli la richiesta di un “pezzo di branda”- preso di contropiede, non potè nascondere che, da quanto scritto, traspariva la sua colpevolezza e promise di interessare l’on. Marchesano16.
Ma contro ‘Gasparino’ non si ordiva solo il danno, ma anche la beffa. Quando il processo sta per concludersi, gli perviene, da New York, un assegno di 35.000 dollari emesso dalla Corn Exchange Bank Trust Company, a firma e per conto di un certo James P.Morgan della “Federation of Bankers- New Jersey- Michigan”. L’Interpol accertava che il Morgan non era un correntista di quella banca e che l’assegno, pertanto, poteva ritenersi falso17. Chi erano questi ‘amici’ americani di Pisciotta? Chi si prendeva gioco di lui nell’altra parte del continente? Chi poteva avere mezzi tali da falsificare un assegno che solo attraverso l’Interpol si riusciva a bloccare? A questi interrogativi nessuno diede
mai una risposta, anche perché né inquirenti né magistrati ebbero la briga di volerne sapere di più.
La fine di Pisciotta è segnata dalla sua coerenza e lucidità, a fronte di un contesto totalmente ostile. Lo scenario non è Viterbo, ma Palermo, l’università della mafia. La sua morte, come quella di Giuliano, è l’ennesima conferma che i mandanti di Portella erano tutti liberi e impuniti e continuavano il loro inesorabile percorso di morte. Era anche un monito per i banditi in galera.
Fuori in libertà non c’erano le mezze cartucce. C’erano anche coloro che dagli Stati Uniti si prendevano la briga di scherzare, di illudere, forse, un semianalfabeta, o di lanciare qualche messaggio simbolico che solo Pisciotta poteva capire. Non sappiamo. Sta di fatto che l’invisibile legame dei fatti con gli Stati Uniti è più evidente che mai. Qui si rifugiano a strage conclusa Francesco Barone, Pasquale Sciortino e Pietro Licari; agli Stati Uniti si riferiscono diversi testimoni che la stessa mattina del primo maggio udirono ripetere da ambienti sospetti di mafia che quel giorno gli Americani avrebbero “lanciato le caramelle” a Portella. Chi erano questi Americani? Dove erano collocati? Chi li accompagnava? A dare una risposta a questi interrogativi non ci aiuteranno né gli archivi segreti del ministero dell’Interno che ci fa sapere tramite il ministero per i Beni e le Attività Culturali che “l’autorizzazione all’accesso alle carte riservate ai sensi dell’art. 21 del DPR 1409/63 è gestito in forza del DPR 30 dicembre 1975, n, 854”, né quelli del ministero della Difesa, nonostante le pressioni esercitate dall’Associazione dei familiari delle vittime “Non solo Portella”. Potranno aiutarci al contrario gli archivi della CIA, aperti al pubblico da tempo, se su questa strada sarà messo in opera un apposito finanziamento da parte della Regione Siciliana, o di qualche ente o ministero che non ha scheletri nascosti dentro gli armadi.

15 Cfr. Giovanni Polacco, Documentiamo la cospirazione democristiana per far tacere Pisciotta. Una lettera rivelatrice di un compagno di pena, in ‘ABC’, 27 novembre 1960. 
16 Cfr. AGCA, cit., CAV, Verbale di continuazione di dibattimento, 28 giugno 1951, cartella 4, vol. V, n. 4, f. 502, retro, e 517-520; dibattimento del 2 luglio ‘51, teste Pasquale Pellegrini, ff. 533-543. Nella camerata 13 vi erano i seguenti detenuti: F.P. Motisi, Francesco e Vincenzo Pisciotta, Antonino e Vincenzo Buffa, Giuseppe Cristiano, Pietro Lo Cullo e Domenico Pretti; nella 14: Corrao, Giuseppe Sapienza di Fr.°, i fratelli Genovese, Vito Mazzola, Antonino Gaglio e Nunzio Badalamenti.
17 Cfr. AGCA, cit., cartella 7, vol. Z, allegato 10.

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