SICILIA TRA STORIA E MITO: “12.000 anni di Grotta del Genovese a Levanzo (Egadi)”

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Quando Levanzo (come Favignana) non era ancora un’isola, ma un ciglio estremo della Sicilia occidentale, gli uomini di quel tempo lontano avevano già individuato un suo anfratto come luogo di riunione e di culto, in cui emettere primordiali vagiti artistici.

Il mare poi avrebbe reciso il collegamento di terra con quella grotta, la quale si sarebbe ritrovata così su una nuova isola, non più la Sicilia ma una delle tre che compongono le Egadi, assumendo un giorno il nome di Levanzo.

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Nel 1949 venne casualmente scoperta la Grotta del Genovese a Levanzo, così chiamata dal nome della contrada dove si trova.

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Al suo interno fu rinvenuto un documento straordinario per la storia della nostra civiltà; tracce di messaggi primitivi in cui religione e cultura si fondono misteriosamente.

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Fu una turista, la pittrice Francesca Minellono, a capire per prima l’importanza dei graffiti tracciati sulle pareti. La donna si imbracò a un acorda e si inoltrò nell’antro. Quello che si presentò ai suoi occhi la lasciò sbalordita, e così abbozzò degli schizzi che mostrò a un suo amico, il paleontologo Paolo Graziosi.

L’anno successivo i due ritornarono a Levanzo.

Graziosi, dopo approfonditi studi, pubblicò un libro sulle misteriose pitture e incisioni tracciate con tinture ocra e nere, ottenute con carbone e il grasso di animale. il segno, preciso e sicuro, è rimasto immortalato nella roccia da quasi dodicimila anni. quel luogo non era dunque un semplice riparo: qualcuno aveva voluto lasciare una traccia.

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All’interno della grotta si svolgevano riti magico-religiosi? o si trattava piuttosto di una libera interpretazione della realtà da parte dell’artista?

Nella parte più bassa si trovano graffiti paleolitici che rappresentano uomini stilizzati impegnati in una sorta di danza. Sono incisi anche cavalli, bovini, suini, cervidi e animali domestici, probabilmente cani. Nella parte più alta vi sono pitture di età neolitica. Rappresentano figure umane e la fauna del luogo, ma la cosa più straordinaria è la sagoma di un tonno, che fa supporre che anche a quei tempi si praticasse la pesca, in un tratto di mare che nei secoli futuri sarebbe stato teatro di movimentate mattanze. I disegni degli animali sono piuttosto elaborati, mentre quelli umani sono molto semplici, composti da linee verticali e orizzontali.

Alcuni hanno voluto vedere in queste immagini la rappresentazione di un momento di raccolta spirituale, un intimo dialogare tra l’uomo e la natura. Gruppi di uomini sembrano galleggiare sulla parete rossiccia e sono proiettati verso l’alto, come se fossero in un’estasi mistica. Le incisioni e i disegni, anche se molto semplici, sono di grande fascino poichè evocano riti magici a cui i primitivi erano soliti ricorrere per propiziarsi una buona battuta di caccia. Uno dei più suggestivi graffiti è certamente quello raffigurante il cervo con lo sguardo rivolto all’indietro. La figura dell’animale restituisce l’immagine di un movimento elastico. Particolare anche la scena del toro che insegue una mucca.

Il ritrovamento è ancora più straordinario, se si considera che è la prima volta che vengono scoperte in Sicilia tracce di pittura a parete di epoca preistorica. La datazione, eseguita con la tecnica del carbonio 14, fa risalire le incisioni al 9680 a.C. Durante successivi scavi archeologici, eseguiti negli anni Sessanta, è stato anche rinvenuto lo scheletro di un elefantino nano. Non si tratta tuttavia di una scoperta singolare, in quanto questa specie era molto diffusa nell’area del Mediterraneo. Proprio gli elefanti nani sarebbero all’origine del mito di Polifemo, ambientato in quest’isola. I loro teschi avrebbero tratto in inganno gli antichi, spingendoli a ipotizzare l’esistenza di giganti con un solo occhio, come era appunto l’omerico Polifemo. In realtà il foro al centro dell’enorme testa non era altro che la cavità della proboscide.

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La Sicilia conserva quindi in un santuario preistorico un enigmatico messaggio, risalente a oltre dodicimila anni fa.

 

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